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In viaggio con Marina Viola e Luca. SECONDA TAPPA: CLEVELAND, OHIO

Continua il viaggio di Marina Viola attraverso l’America con il figlio Luca.  Sarà un viaggio a tappe di 2000 miglia da Boston A Chicago. Da qui leggi la cronaca della  prima tappa.


Sabato mattina ci siamo svegliati che erano le nove. Abbiamo lasciato la casa solitaria di Rochester verso le undici e siamo andati a fare colazione in un diner. I diner sono quei ristoranti americani grazie a quali per pochi spiccioli puoi riempire tutte arterie con del colesterolo doc: bacon, uova, patate fritte, coca cola, pancakes con quintali di burro e zucchero. Abbiamo ordinato una frittata con gli spinaci per Luca, che ha rifiutato categoricamente. Mentre scrivevo in fretta il mio articolo settimanale per la Stampa, Luca si aggirava per il diner con il suo iPad, sfoggiando il suo sorriso e una cover orrenda di Man Of Constant Sorrow, la canzone di cui è ossessionato da anni e la colonna sonora del film Oh Brother Where Art Thou, firmato fratelli Cohen. 

Poi, in macchina.

Direzione: ovest.

Destinazione: Cleveland, Ohio.

Tempo necessario per arrivarci: quattro ore circa. Dan al volante, io, di fianco e Luca, dietro di me.

Sport preferito di Luca, già da Becket: tirarmi i capelli, attendere una mia qualunque reazione, ridere come un pazzo. “Smettila! La prossima volta che lo fai, ti mettiamo in fondo!” In fondo significa nella terza fila dell’auto di Dan, che è molto spaziosa. “No dai, Dan. In fondo si sta scomodissimi!”.



L’Ohio è uno Stato piattissimo. Una specie di pianura padana all’ennesima potenza. L’autostrada, sempre dritta, costeggia un deserto infinito di campi arati. Gli spazi degli Stati Uniti sono enormi e tra un paesino e l’altro si passano decine di chilometri che hanno soltanto qualche fattoria qua e là. Per il resto, solo vastità di verde. Non è un caso, infatti, che il limite di velocità, che di solito è di 65 miglia orarie, in Ohio sia più alto. Credo per non fare addormentare chi guida. L’autostrada, a due corsie, è quasi interamente occupata da camion e da camper grandi come appartamenti di novanta metri quadri. Io e Dan abbiamo ascoltato un podcast sull’uccisione di una ragazza in un paesino dello Wyoming avvenuto nel 1985 e ancora senza colpevoli. Secondo me, ma mi posso sbagliare, è stato il tipo balordo che ha lasciato del sangue sulla porta. Ma che ne so io dello Wyoming e di come ammazzano la gente lì.

Dopo un paio d’ore, Luca ha annunciato: “pizza!”, che vuol dire che ha fame. La pizza dell’Ohio, nel deserto dei campi arati, è cosa difficile da trovare, ma si sa, Google riesce a trovare anche un ago in un pagliaio. Siamo usciti dall’autostrada e ci siamo ritrovati su una stradina fra i campi. Gira a destra, gira a sinistra, abbiamo visto un cartello di un bar-ristorante come se fosse una specie di miraggio. Una casa di legno, un parcheggio fin troppo grande attorno al nulla assoluto. Dentro è coperto interamente di legno; al centro un grande bancone bar, ai lati dei tavolini, i bagni (io ho usato per sbaglio quello dei maschi), un juke box tutto elettronico, e una scritta trumpiana che spiega il seguente concetto: qui non esiste il politically correct e si dice quello che si vuole. A chi non piace, cerchi un altro posto (che, tra l’altro, non c’è). La signorina, l’unica, che lavora al bar, ci ha accolti con un sorriso come a dire: “e voi chi siete?”. Al bancone, erano seduti tre o quattro uomini, tutti che si conoscevano, tutti con una birra davanti, tutti vestiti con la salopette jeans tipica dei contadini americani nei film. Luca ha chiesto french fries (come sempre) e un bicchiere di latte. Mentre aspettavamo che il mangiare fosse pronto, si è messo a gironzolare per il locale, e sia io che Dan abbiamo continuato a dirgli di sedersi al tavolo con noi. “Non c’è nessun problema, può andare dove vuole!”, risponde gentilmente la signorina. Dopo un minuto, Luca era dietro il bancone. Va bene così.

Ad un certo punto, sentiamo della musica arrivare dal juke box. Era Man in Constant Sorrow, versione hard rock. Luca si ferma per un attimo e attento ascolta e la riconosce subito. Incredibile! Tra tutte le canzoni del mondo, qualcuno del locale aveva scelto proprio quella! Dan lo fa notare alla signorina, che dice che Bob (il tipo che ha scelto la canzone) in realtà ne voleva ascoltare un’altra e si è sbagliato.

Uscendo, tutti quelli del locale ci hanno salutato come se fossimo vecchi amici. Abbiamo continuato per la nostra strada con una specie di ottimismo. Forse essere così diversi dagli altri in un posto dove pare tutti siano fatti con lo stampino è considerata una cosa bella e interessante. Luca e la sua neuro divergenza hanno colpito ancora, conquistando tutto lo Stato dell’Ohio e un pezzettino del cuore della signorina del locale.

(testo di Marina; foto di Dan)

MARINA VIOLA

Leggi Pensieri e Parole, il mio blog:
http://pensierieparola.blogspot.com
Marina Viola porta il quaranta di scarpe. Vive a Boston e ci fa il diario di quella che pensiamo essere l’ altra parte della luna. Che significa per noi autistici vivere negli Stati Uniti? Potete farle anche voi.

 


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