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E la legge sul “dopo di noi”? Per non parlare del resto…

Qualche giorno fa una notizia è passata sotto silenzio sulle principali testate[1]. La Corte dei Conti ha analizzato e studiato l’applicazione della legge sul “Dopo di noi”. Dei circa 466 milioni di euro stanziati tra il 2016 e il 2022 per l’autonomia e l’inclusione delle persone con disabilità, solo 240 sono stati effettivamente trasferiti alle regioni (sei su venti!) andando poi a beneficiare solo 8.424 persone dei 100.000-150.000 aventi diritto.

Continua lo stato di emergenza che vede le famiglie sempre più stremate. La pandemia, che ha rappresentato un discriminante, ha messo in evidenza le criticità presenti da sempre e nascoste da tonnellate di demagogia e buoni propositi, mai messi in pratica. La scuola non riusciva, e tuttora non riesce, ad affrontare l’aumento degli alunni con bisogni educativi speciali per mancanza di un numero sufficiente di insegnanti di sostegno (sulla loro formazione e professionalità c’è sempre tanto da scrivere!). Molti dirigenti si arrangiano, alcuni fanno finta di niente e pochi chiedono aiuto ai servizi sociali del proprio Comune. Al di là del perché ci sia una sorta di epidemia di bambini cosiddetti “certificati”, stupisce che le buone prassi pedagogiche, presenti in ristretti ambiti, non si siano diffuse, contaminando positivamente tutta la Scuola.

Ma quello che accade dopo l’istruzione obbligatoria è diventato apocalittico con la chiusura di alcuni centri diurni per i motivi più disparati, non ultimo – ahimè – quello più frequente da qualche tempo e che rimane il peggior incubo per un genitore. L’ultimo caso, poco prima di Natale, ha riguardato una struttura in Umbria, considerata il fiore all’occhiello di tutta la regione. Leggere di maltrattamenti, violenze fisiche, psicologiche e di una più grave omertà, non può non terrorizzare i genitori che si avviano alla vecchiaia con la preoccupazione sul futuro dei loro figli, allevati con tanti sacrifici, con molte (troppe!) rinunce.

Quis custodiet custodes? Attualmente la rete dei servizi sociali fa acqua da tutte le parti e le Asl di riferimento, pur avendo l’elenco delle strutture in convenzione, sono all’oscuro di cosa avvenga là dentro, chi siano gli utenti, le loro età, quali le attività svolte e su quali principi pedagogici. Prendersi cura delle persone fragili ha bisogno di competenza, della giusta remunerazione, dell’attenzione necessaria ad evitare il burn-out degli operatori. A monte ci dovrebbe essere un sistema di controllo e coordinamento che però, storicamente, latita. E, all’orizzonte, non si vedono segnali di miglioramento

[1] Dettaglio notizia (corteconti.it)

Gabriella La Rovere

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