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La depressione delle madri di autistici

Uno studio pubblicato sul numero di agosto di “Family Process” afferma che circa il 50% delle madri con figlio autistico presenta sintomi depressivi importanti che, contrariamente a quanto si è sempre pensato, non ne influenzano i gravi disturbi comportamentali. Una vera fortuna, altrimenti un altro senso di colpa sarebbe andato a sommarsi a tutti gli altri! È superfluo ricordare che il calvario inizia con il sospetto diagnostico che lentamente va ad erodere le fondamenta del nucleo familiare. Ancora prima di averne la conferma, la madre si interroga se alcuni comportamenti avuti in gravidanza abbiano potuto incidere sulla crescita intrauterina, magari avrebbe dovuto stancarsi di meno e non impegnarsi in discussioni con la suocera o il marito. Durante le notti insonni, prima della visita allo specialista, si alternano momenti di angoscia ad altri nei quali si convince che tutto andrà bene.

Dopo la diagnosi l’esistenza della madre cambia perché si impegnerà in una impresa che, a paragone, i Titani le spicciano casa! Una corsa contro il tempo e contro un nemico che all’inizio pensa di dover combattere impegnando ogni risorsa fisica, emotiva, economica. È questo il primo errore concettuale che non potrà che portare delusione, frustrazione, rabbia, disperazione. Non è possibile, né tanto meno etico, forzare una persona a cambiare modo di essere e di pensare, se questo fa parte della sua natura. L’obiettivo dovrà quindi essere quello di instaurare una relazione fluida, in grado di modificarsi in base alla contingenza. Le difficoltà di un bambino sono diverse da quelle di un adolescente e da quelle di un adulto. Figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi recita un detto popolare che non considera le differenze comportamentali, che non fa alcun distinguo perché la saggezza è unica e consiste nel valutare le situazioni e nel decidere come conseguenza dell’esperienza e della riflessione sulle cose.



La depressione, di cui parla la rivista, è secondaria alle difficoltà che una madre incontra con la società che non è inclusiva, né solidale. Durante la pandemia, quando ogni balcone aveva la propria scritta “Andrà tutto bene”, ci sono stati episodi di intolleranza e inciviltà difficili da dimenticare, come gli insulti dai balconi rivolti a madri o padri che, con regolare permesso, portavano a spasso i loro figli autistici per tranquillizzarli e per prevenire episodi di aggressività.

I social networks, nella loro pseudo-democraticità, hanno consentito ad ognuno di essere protagonista al di fuori dei confini del proprio quartiere e certe cattiverie, che nel passato rimanevano confinate al bar o sul sagrato della chiesa dopo la messa domenicale, sono diventate di dominio pubblico, immortali, orribilmente immarcescibili, causando tanto inutile dolore. Sono i commenti delle beghine alle foto di madri i cui figli sono accolti in strutture protette. Le stesse affermazioni, nelle quali viene declinato il verbo rinchiudere, escono anche da bocche addottorate. Alla fine, non siamo così diversi da chi, nel passato, costringeva la madre a vivere in isolamento con il proprio figlio diverso e a morire insieme a lui.

Il dopo di noi è un percorso che deve tenere conto delle esigenze della persona, del suo stato di salute e delle richieste dei genitori che, non mi stancherò mai a dirlo, sono i veri esperti del figlio. Il dopo di noi non deve essere influenzato da ideologie di alcun genere, ma deve essere il meglio per quella persona, perché si possa sentire accolta e possa, in serenità, intraprendere un cammino di autonomia  Nessuno sa, né tantomeno immagina, quanto dolore accompagna quella madre che, dopo anni di vita simbiotica, deve separarsi dal proprio figlio con il quale ha condiviso tutto e tanto. Nessuno conosce la difficoltà di riappropriarsi di una vita normale, senza orari e senza frenesia, di superare la sindrome del nido vuoto, di riscoprirsi donna, e di provare a vivere come gli altri.

 

Gabriella La Rovere

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