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MicroGolem: il non podcast a funzionalità ridotta per pigri affabulatori

Si pensi pure che il nostro possa essere il risultato di un colpo di calore estivo. Sta di fatto che in un paio di giorni è nato spontaneamente un nuovo strumento di diffusione di pensiero tradotto in parole. La riflessione nasce in un pomeriggio in cui stavo stravaccato su un’amaca all’ombra di un noce immenso. Stava scendendo l’imbrunire, mi trovavo immerso in una campagna arcaica e selvaggia. Sentivo ovunque rumori che meritavano attenzione, dal lamentarsi lancinante delle cicale, dallo stormire di di cespugli trafitti da serpi, lucertole, scoiattoli, uccelli rapaci in caccia. Poi l’upupa, la tortora, la rondine. Insomma un bel baccano che tutto assieme costruiva l’immagine sonora del silenzio.

Ho immaginato che se avessi voluto ricostruire quell’ambiente sonoro per sonorizzare una puntata radiofonica, un podcast, un docudrama ecc avrei dovuto fare una gran fatica a riprendere tutto, campionare, mixare e filtrare. Operazione che oggi fa parte della fabbrica di un podcast, quello che passa per il più innovativo dei derivati dalla vecchia radio. Non mi ha mai entusiasmato questa modalità, anche se riconosco il valore di molte sue espressioni.

Il podcasting mi è sembrato un ritorno al passato, a quella pur bella radio d’autore che si produceva nel decennio 60/70 lavorando con grandi autori, con bellissimi testi, con un lavoro di post produzione immenso realizzato con magnetofoni multipista e effetti sonori prodotti in una saletta attrezzata di ogni oggetto, pezzo d’arredamento, suolo calpestabile, espediente per dare modo al rumorista di ricostruire ambienti sonori.

Oggi è vero che si attinge da librerie digitali di effetti, ma il fine è sempre quello di una confezione statica, un testo letto e interpretato. Quanto di più tradizionale si possa pensare nel campo dei pensieri diffusi attraverso sonorità. Poi naturalmente entra in gioco la qualificazione della piattaforma che ospita, il livello di referenza  e celebrità della squadra che la popola. Aggiungiamo la grafica della copertina, il tesso di sintesi e presentazione, la forza dei tag, gli strumenti di dissemination attraverso i social ecc.

Insomma un documento sonoro segue la stessa strada di una foto, un video ecc. Una cosa carina che tanti seguono di cui tutti parlano e quindi attribuisce valore alla squadra che contribuisce alla sua confezione (da chi ha costruito la piattaforma, a chi la promuove, a chi ci investe capitali, a chi ci mette la faccia e la fama, spesso di maggior peso che il reale talento nel racconto sonoro.

Di tutto questo la qualità è determinata da strumenti di condivisione  e da misura dei contatti, download ecc. Un criterio oggettivo innegabile, ma nulla al di fuori della regola che oggi vale per ogni prodotto digitale destinato a entrare nella filiera dei social network.

Mi sono chiesto invece se fosse mai possibile scrollarsi di dosso tutto questo, che sicuramente porta a ottimi prodotti che però cristallizza in una filiera molto rigida quello spirito di irrequietezza destrutturata che secondo me dovrebbe animare lo strumento dell’emissione vocale mediatrice di pensiero.

La radio siamo noi che la facciamo, in sé come medium è bella che morta da decenni, il suo hardware di metallo e plastica  è solo una crisalide, una rappresentazione. Proprio nella sua capacità di risorgere ovunque è la sua specificità. Proprio per questo mi è venuta voglia di ridare priorità all’apparato organico che crea la radio vale a dire aria che dai polmoni passa per qualche cartilagine, rimbalza su corde vocali si arrovella su lingua e palato e esce fuori, mossa unicamente da un pensiero che si muta in parole attraverso un processo quasi inconsapevole, sicuramente non controllato. Un trance quasi medianico più che un laborioso processo di costruzione mediatica.

E’ andata così che io ho cominciato a parlare nel mio telefono usando la chat vocale di Telegram, dove mi segue un gruppo scelto di ascoltatori, mossi dalla rara virtù di esercitare la facoltà di pensare e immaginare.

Tra loro molti informatici e programmatori a cui ho fatto la richiesta di uno strumento capace di pubblicare in un ordine minimamente fruibile i file che io producevo dalla mia amaca, sorretto solo dall’orchestra di insetti e animali notturni.

Nel giro di un’ora (grazie a @lorepop) mi è stato messo a disposizione un bot che da Telegram poteva soddisfare questa mia esigenza. Io non avrei dovuto fare altro che parlare e scrivere se volevo un titolo. Nessun strumento di condivisione, nessun orpello, nessuna possibilità di editing. Solo la mia voce, la mia capacità di articolare pensieri compiuti a braccio, l’ambiente “naturale” in cui mi collocavo per produrmi.

Il paradosso è che sono usciti dei file di qualità sonora eccellente. Alcuni sembrano, a detta di chi li ha ascoltati, dei prodotti ASMR, quando si sente la pioggia battere o i grilli cantare. Mi sono rammaricato di avere speso cifre ingenti per costruirmi uno studio professionale con microfoni, mixer e insonorizzazione professionali, quando ho più qualità con un telefono da 300 euro.

Ora i programmatori stanno andando avanti nella direzione di realizzare un prodotto stabile ma essenziale (tutto rigidamente open source) il loro dibattere ha completamente invaso gli spazi del gruppo Telegram “SACELLO DEL MICROGOLEM”.  E’ in corso di soluzione una limitazione che riguardava i dispositivi IOS e la struttura sta prendendo forma.

E’ apparsa anche un’illustrazione che mi sorprende perché è stata creata dal nulla  da Midjournev il  bot che le ha immaginate a seguito della domanda: “portrait of a futuristic golem, with headphones, in 3d but cartoon style”. Mi ha sorpreso vedere risorgere un Golem “futurista” che sembra pensato da Balla o da Depero, Un codice che crea immagini che non esistevano fa pensare sul destino che è riservato a ogni costruttore di Golem, che dal codice vuol creare un simulacro semi vivente di umano. Io non mi preoccupo, non sarebbe la prima volta.


Potete ascoltarvi la cronaca sonora attimo per attimo di questa genesi da https://microgolem.it o cliccando sull’immagine qui sotto.


Chiunque fosse interessato a collaborare allo sviluppo dell’area o avesse suggerimenti e contributi il capo di chi programma è @lorepop cercatelo su Telegram o nel gruppo sempre Telegram https://t.me/meloghaparlato.  Io non so chi sia e come si chiami, come non conosco i valorosi che stanno confezionando il vestitino alle parole in libertà che produco dalla mia amaca.

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