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La comitiva dei disabili psichici che non riuscì a salire sul treno

Vorrei tornare “a bocce ferme” a riflettere brevemente sull’episodio del gruppo di disabili psichici che il giorno di Pasquetta hanno avuto difficoltà a tornare a Milano in treno, dopo un’uscita con gli operatori di un’associazione. Io commentai quell’episodio con un editoriale su LA STAMPA che mi procurò una valanga di commenti indignati. In sintesi io provai allora a sottrarmi all’onda emotiva degli sdegnati che cercavano unicamente dei colpevoli nei passeggeri del treno che non si erano alzati per lasciare posto alla comitiva. Ribadisco qui che il problema non era l’identificazione di presunti spietati e crudeli (qualcuno ha anche alluso che difendessi quelle persone perché straniere e quindi per il solito buonismo). Resto dell’idea che l’episodio non mi ha sorpreso perché è l’inevitabile esito dell’approssimazione con cui viene puntualmente affrontato il problema del diritto a una vita dignitosa per persone neurodiverse. 

Il primo problema nasce proprio dall’organizzazione dell’escursione, trovo che sarebbe stato più razionale prenotare un treno con posti riservabili (esistono in quella tratta  ma naturalmente il biglietto è più caro) non è prudente acquistare biglietti (non posti numerati ed esclusivi) su un treno regionale che transita in una tratta di mare il giorno di Pasquetta, soprattutto se a viaggiare è un gruppo di  27 passeggeri composto, da quanto si legge nelle interviste, di soli 3 operatori impegnati a gestire gli altri, tutti disabili psichici adulti. Ricordiamoci il caso di Daniele Potenzoni in cui un uomo disabile è stato “perso” alla stazione Termini in circostanze simili e mai più ritrovato. Morale: quando si viaggia con disabili non può valere la regola del risparmio. 

Altro problema è naturalmente il disservizio delle ferrovie, che però avendo avuto un problema per un vagone vandalizzato avevano dovuto ridurre i posti. Avrebbero dovuto sapere che ad Albenga sarebbe salito un gruppo di disabili? Può essere ma la situazione su quella banchina era tale che nemmeno era possibile salire sul treno da quanto era stipato di passeggeri anche in piedi. Immagino che le persone pigiate in quel vagone nemmeno si saranno rese conto di quello che stava accadendo. La Polfer non ha saputo come risolvere la questione perchè era irrisolvibile; non si può imporre a un passeggero con biglietto di scendere per fare posto a un altro, si potrebbe certamente farlo ragionare sulla fragilità, però non è possibile argomentare nella ressa di un vagone, non è facile spiegare per chi non ha strumenti culturali adeguati che persone fisicamente integre siano disabili.

Vorrei poi vedere chiunque dei tanti che hanno scritto indignati se davvero sarebbe sceso ad Albenga  dopo aver pagato il biglietto, senza che nessuno gli spiegasse se e come sarebbe poi arrivato a Milano. 

Detto questo resta uno schifo pensare che esseri umani non in grado di esigere i loro diritti siano stati sballottati come fossero dei pacchi, dietro questo vedo solo tanta ignoranza e l’ignoranza mascherata dietro l’indignazione dei moralisti da tastiera impedisce ogni soluzione razionale delle difficoltà. Poi se vogliamo dire che è tutta colpa dei passeggeri di quel treno perchè questo ci assolve dalla nostra parte di ignoranza, diciamolo pure. Nulla cambierà nel futuro e quelli che vogliono sentirsi buoni e perfetti avranno avuto la loro dose di reprobi da cui tenere le distanze. 

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Su quei vagoni c’era l’ignoranza di tutti noi


Nulla mi sorprende nel travagliato contro esodo di Pasquetta dei 27 ragazzi disabili psichici. Avrei piuttosto trovato singolare se le Ferrovie dello Stato avessero, comunque, riservato uno scompartimento per far viaggiare in sicurezza quel drappello di socialmente invisibili. Ancor di più sarei restato incredulo se avessi saputo di una gara tra i passeggeri, per cedere il posto a cui quei ragazzi avevano diritto, anche solo in nome della loro condizione di fragilità.

Sarei restato incredulo anche se avessi visto il personale del treno e le forze dell’ordine usare la loro autorità per intimare ai passeggeri, appesantiti dalla strippata del lunedì, di alzarsi per far sedere persone dalle menti leggere. Non credo esistano disposizioni inequivocabili su come agire con chi non cede il posto a un disabile che “cammina con le sue gambe”.

La vera tragedia che è passata sulla testa di quei ragazzi è ancora quella di dover “dimostrare” la loro condizione. Vi assicuro che molto spesso occorre spiegare persino perché un disabile psichico gravissimo (articolo3 comma 3 legge 104/92) abbia il permesso per parcheggiare anche se cammina, figuriamoci se è possibile far capire perché per lui sia fondamentale avere un posto a sedere in treno.

Chi ha in carico un familiare disabile, non sempre identificabile con uno stigma riconoscibile con un colpo d’occhio, è abituato a dover combattere, giorno dopo giorno, per sgraffignare la dignità di cittadino al proprio congiunto, sempre con la sensazione di rubare qualcosa, sempre obbligato a dover dimostrare, giustificare, puntualizzare.

Di fatto persiste una profonda e colpevole ignoranza sulla disabilità nel campo cognitivo e relazionale, sia nelle istituzioni quanto nella società definita “civile”. Si tende generalmente a rimuovere l’idea che possano circolare persone con bisogni speciali, che non necessariamente hanno un cartello al collo con scritto “neurodiverso”.

Mi prendo la responsabilità di affermare che è proprio questa “ignoranza” alla base del caso, come da ignoranti è proporre punizioni fantozziane, tipo l’applicazione del Daspo per tutti quelli che sono rimasti attaccati con le unghie al loro sedile.

Si pensa forse che siano tutti pericolosi ultras? Vandali devastatori? Membri di una formazione razzista? Figuriamoci, mi pare di vederli quei padri di famiglia con il cestino che ancora odora di pizza al formaggio, accanto a madri sfiancate con sulle ginocchia bimbi attaccati al telefonino. Nonni in trasferta, pensionati, fidanzati, studenti.

Brave persone ma i ragazzi con cervelli ribelli nemmeno li vedono, come se fossero trasparenti, perché è profonda e insanabile la lacuna culturale su tutto ciò che riguarda il disagio psichico. Circolano le narrazioni sui prodigiosi pazzerelli, sugli autistici geniali, sulle persone con sindrome di Down che diventano star del cinema o della tv. Degli altri non si parla se non con imbarazzo. A scuola il problema è impedire che rallentino l’apprendimento ai cervelli nella norma. Il lavoro è per loro irraggiungibile.

Non si cerchino quindi foto segnaletiche che mostrino i colpevoli di questa pessima storia. Su quel treno c’era ognuno di noi, passeggeri, ferrovieri. Compresi gli amministratori che prendono le distanze, i commentatori che mandano anatemi sui social.

La verità è che non si riconosce alle persone con minore autonomia il diritto al sollievo di cambiare aria, è ammesso che siano accudite purché non si sognino di farsi vedere in giro.

Torna a galla, ancora una volta, il condiviso e maleodorante concetto di tolleranza condizionata, una legge non scritta che condanna all’austerità forzata le persone mentalmente fuori standard. (Da LA STAMPA 20 aprile 2022)

 

 

 

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