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Perché oggi ci diciamo “neurodiversi”

Sebbene l’origine del movimento per la neurodiversità sia spesso ricondotta a un discorso intitolato “Don’t Mourn for Us”, tenuto dall’attivista per l’autismo Jim Sinclair alla Conferenza internazionale sull’autismo del 1993 a Toronto, la parola stessa è stata usata per la prima volta dalla sostenitrice dei diritti dell’autismo Judy Singer e dal giornalista Harvey Blume per articolare i bisogni delle persone con autismo che non volevano essere definite da un’etichetta di disabilità, ma desideravano essere viste invece come neurologicamente diverse.

Da quel momento, l’uso del termine ha continuato a crescere oltre il movimento per i diritti dell’autismo in campi come gli studi sulla disabilità, l’educazione speciale, l’istruzione superiore, gli affari, la consulenza e la medicina. Come ha osservato Harvey Blume, “la neurodiversità può essere cruciale per la razza umana quanto la biodiversità lo è per la vita in generale”.

La neurodiversità ci sfida a riformulare la visione delle condizioni del neurosviluppo da una di disturbo a quella di differenza e diversità. Il linguaggio risulta nuovo per molti ed esiste una letteratura preesistente che riassume il movimento e la terminologia, compresa la spiegazione che gli individui sono neurodivergenti e che la popolazione formata da persone neurodivergenti e neurotipiche è neurodiversa.

Nel luglio di quest’anno, un gruppo di oltre 300 medici autistici, operanti nel mondo accademico, nella psichiatria, nell’anestesia e nella medicina generale, ha scritto una lettera aperta a favore di una maggiore comprensione del concetto di neurodiversità

Come medici, formati e che operano secondo il modello medico tradizionale che si basa sul deficit fisico e mentale dell’individuo, capiamo il senso della sua utilità per come funzionano oggi i sistemi sanitari. Tuttavia siamo anche consapevoli delle limitazioni e degli effetti negativi di un sistema rigido di categorizzazione, soprattutto per le persone neurodivergenti.

Un approccio esclusivamente medico espone al rischio che i deficit non vengano bilanciati dai punti di forza, il che perpetua la diagnosi come una cattiva notizia, promuovendo sia lo stigma che la vergogna. Un approccio che considera prospettive multiple può solo essere d’aiuto sia ai professionisti della salute che alle persone che richiedono il nostro aiuto.

Come professionisti autistici, affrontiamo sfide e barriere sociali ed ambientali, personificando al contempo i punti di forza associati, ad esempio la resilienza e l’attenzione ai dettagli. Incarniamo anche la diversità che la forza di lavoro medica sta cercando di raggiungere per rappresentare meglio le popolazioni più ampie che serviamo

Gabriella La Rovere

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