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La solitudine dei numeri zero

La notizia del giovane ventottenne con neurodiversità, iscritto alla community che organizza incontri sportivi e conviviali, e che è stato allontanato dalle partite di pallavolo, alle quali aveva partecipato, in quanto privo di ogni capacità atletica, mi porta a fare delle considerazioni.

Quando anche l’app per socializzare discrimina l’ Asperger

La prima è che la notizia non è da considerarsi tale. Sfido chiunque a ritornare indietro con la memoria all’epoca dell’adolescenza, quando si organizzavano nei parchi, negli oratori e in qualsiasi altro luogo di aggregazione, sfide di calcio, di pallacanestro, di pallavolo, e come capitasse spesso di non avvertire della partita l’amico non particolarmente abile. Se, nonostante tutto, questo si presentava all’appuntamento, veniva inserito in un ruolo che rendeva assai improbabile la sua attiva partecipazione al gioco di squadra.

Non sono invece d’accordo nel porre la diagnosi di autismo, così come fatto nell’articolo, come un inciso che definisce la malattia, come spunto a generare l’onda breve – ahimè – dell’indignazione popolare. Sappiamo bene che l’autismo non solo non è una patologia, ma la sua definizione risente molto del contesto sociale e culturale. Lo psichiatra Laurent Mottron lo considera una diversa forma di intelligenza che consente sia adattamenti vantaggiosi che svantaggiosi. Questo suo punto di vista emerge dal riscontro obiettivo che le persone con neurodiversità possono svolgere alcuni compiti alla stessa maniera delle persone neurotipiche, altri molto meglio, grazie all’utilizzo di strategie cognitive e di ripartizioni cerebrali diverse dalla maggior parte degli esseri umani. Secondo questa ipotesi, non bisognerebbe forzare un bambino che presenta un ritardo nel linguaggio, in quanto i bambini autistici sviluppano all’inizio un’intelligenza visiva, confermata dal fatto che essi, precocemente, presentano un’iperlessia (lettura diretta non semantica) e solo successivamente arrivano a parlare. I segni, che per molti paesi occidentali sono indicativi della neurodiversità, non risultano tali in altre aree geografiche e questo deve farci riflettere sul ruolo dell’ambiente sociale e culturale nel definire la condizione.

Quello di cui bisognerebbe parlare è la solitudine che caratterizza l’esistenza di tutte le persone fragili, di quelle emotivamente sensibili e, di riflesso, delle loro famiglie. I social e le community, che nascono come luogo di aggregazione, seppur virtuale, non sono in grado di sopperire alla mancanza della presenza fisica e della metacomunicazione, così importanti nella relazione. La conseguenza è l’insorgenza di atteggiamenti ossessivi (ad esempio, l’uso reiterato delle emoticons e delle gif), nella spasmodica attesa di una risposta e che inducono una progressiva insofferenza negli interlocutori fino all’inevitabile allontanamento.

È proprio la cosiddetta deviazione dalla norma che, nella società civilizzata, post-tribale, mette in pericolo le certezze, costringe a confrontarsi con la malattia nell’anima e nel corpo inducendo comportamenti poco gentili e per niente accoglienti. Gli atti estremi d’amore che leggiamo in cronaca e che per un po’ scuotono i sentimenti di ognuno, sono espressione della mancata risposta alle ripetute richieste di aiuto e sollievo psichico della pena.

Gabriella La Rovere

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