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Il papà di “Gulliver” fondò il primo manicomio in Irlanda

Duecentocinquanta anni fa, lo scrittore e pastore Jonathan Swift (1667-1745) fondò il primo manicomio irlandese. Rifiutando le teorie portate avanti dal filosofo Thomas Hobbes e dal dottor Thomas Willis, egli venne influenzato dalle idee del medico e pensatore John Locke. L’ospedale St. Patrick di Swift non realizzò, comunque, un nuovo concetto filosofico: l’architettura e l’approccio terapeutico della nuova istituzione erano chiaramente modellati sul molto più antico ospedale di Bedlam. Nonostante la sua base concettuale conservatrice, la prima istituzione dedicata ai malati di mente e ai ritardati mentali in Irlanda divenne un punto di partenza per l’espansione apparentemente inarrestabile del sistema dei manicomi. Dopo che l’ospedale di Swift venne ampliato due volte a spese dei contribuenti (1778, 1793), l’amministrazione decise di rilevare l’istituzione costruendo il Richmond Asylum (1810), il primo manicomio pubblico in Irlanda.

Oggi, il St. Patrick Hospital di Dublino, noto per l’assistenza innovativa dei suoi pazienti, fornisce “i servizi di salute mentale, senza scopo di lucro, più grandi e indipendenti d’Irlanda”. Quando fu fondato nel 1745 sul lascito di Jonathan Swift, fu il primo ospedale psichiatrico ad essere costruito, incaricato per la cura degli “idioti e dei pazzi”.

I primi biografi di Jonathan Swift riferirono che egli aveva scelto di fondare il St. Patrick Hospital perché egli stesso era diventato pazzo. Uno scrittore addirittura affermò che fu il primo paziente a morire lì. Nessuna di queste affermazioni è accurata. Furono invece i suoi punti di vista filosofici e le sue esperienze personali che influenzarono la decisione di lasciare il suo patrimonio per la fondazione del St. Patrick.

Per tutto il XVIII secolo, la medicina, la politica e la letteratura discussero sulla possibile relazione tra ragione e follia, un argomento che aveva molto interessato Swift. Nel suoi libri più famosi, “I viaggi di Gulliver” e “Una modesta proposta”, egli talvolta esplorò la teoria lockiana secondo la quale “ogni persona potrebbe cadere nella follia per l’errata associazione di idee”.

Ma la motivazione più forte per il lascito di Swift venne dal suo coinvolgimento con i problemi di ogni giorno del popolo irlandese, non solo come individuo, ma come decano della Cattedrale di St. Patrick (dal 1713 fino alla sua morte). A metà del secolo non c’erano disposizioni specifiche per i pazzi. Se non erano accuditi dalle loro famiglie, i pazzi venivano confinati in prigione con i criminali, in ospizi con i poveri, in ospedali con gli ammalati. Swift aveva una conoscenza diretta di questa condizione da quando aveva servito come governatore di ospizi e amministratore di diversi ospedali. Nel 1710, dopo una visita al Bedlam, decise di lasciare i suoi averi per la costruzione di un ospedale che fosse più caritatevole e umano.

Un’altra forte motivazione potrebbe essere stata la facilità di Swift di entrare in empatia con chi aveva disturbi mentali. Più che veri e propri disturbi mentali, Swift soffrì per più di cinquanta anni della sindrome di Ménière. I debilitanti attacchi di vertigine, nausea, tinnito e ipoacusia peggiorarono dalla fine del 1730 ed egli si lamentava della perdita di memoria e della difficoltà a leggere e scrivere. Quando Swift concluse il suo testamento nel 1740, si definì sano di mente ma debole nel corpo. Nel 1742, a seguito di un rapido declino della sue condizioni di salute, i suoi amici lo giudicarono incapace e nominarono un tutore. Una probabile demenza aggravò il suo quadro clinico fino alla morte nel 1745.

Jonathan Swift lasciò un’eredità di circa 12.000 sterline. Nel suo testamento egli elencò i dettagli su dove dovesse essere costruito il St. Patrick e come dovesse essere gestito dal suo consiglio di amministrazione. Il manicomio fu inaugurato nel 1757, con sedici pazienti ed uno staff che comprendeva un direttore, infermieri maschi e femmine, un cuoco, una lavandaia, una governante, un portiere e un chirurgo.

I due ampliamenti del 1793 fornirono altre cento stanze e, naturalmente, più personale. L’assistenza era principalmente di custodia, dal momento che gli infermieri mancavano di una formazione specifica e i trattamenti si limitavano a bagni, purghe, salassi, uso di farmaci o di sistemi di contenimento. L’ospedale era riscaldato e la pulizia dei pazienti era una priorità. Ai poveri venivano forniti sgabelli, letti di legno e coperte (la paglia veniva usata solo per pazienti violenti e distruttivi). I pasti comprendevano il porridge a colazione, patate e carne tre volte alla settimana a pranzo, pane e latte a cena, talvolta la birra. Coloro che erano a pagamento, avevano la possibilità di portarsi i propri mobili e di avere una dieta più ricca e qualitativamente migliore.  Il St. Patrick era nettamente superiore alle altre strutture dell’epoca tanto che il mercante Henry Moore, la cui sorella era lì ricoverata, ringraziò Dio e Swift per la sua esistenza.

Gabriella La Rovere

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