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Il “vitalismo cattivista” è solo la maschera del peggior passatismo di retroguardia

Il personaggio Cattivik del grande Silver faceva ridere perchè alla fine veniva rappresentato per quello che era: un triste sfigato. Oggi al cattivismo si tenta di dare una dignità avanguardistica che assolutamente non gli compete. Quello che potremmo chiamare, come nella sua presunzione millanta, “vitalismo cattivista” in realtà è solo la maschera del peggior passatismo di retroguardia, qualcosa di assimilabile al cinismo ottuso e imbelle su cui si reggeva l’impianto vetero impiegatizio del “Fantozzismo”.

La settimana passata in soli due giorni abbiamo letto almeno tre notizie di persone disabili picchiate o torturate, a Roma, a Foggia, a Licata. È solo uno dei tanti passaggi di un crescendo di crudeltà contro esseri umani all’ultimo gradino nella scala degli inermi. L’indifferenza in cui spesso galleggiano questi episodi, dalle minime cronache locali alle stragi del mare con centinaio di morti, deve farci riflettere.
Sarebbe forse ora di richiamare alla propria responsabilità il funereo manipolo dei sostenitori del “vitalismo cattivista”, una supposta neo avanguardia che nascerebbe dal rimpianto per il tramonto dell’occidente, le cui radici culturali si pensano avvelenate dal politicamente corretto.

Il cattivismo militante è alla continua ricerca di padri nobili, si avvale di agguerriti opinionisti che fanno la spola tra social e tv, alcuni resuscitati da ere remote, altri austeri virgulti. È un pensiero soprattutto di pancia, ultimamente si è forse indebolito del suo turbo supporto filosofico, al punto che è arrivato a proclamare quali nuovi profeti i comici Pio e Amedeo, che sono fantastici archivisti di reliquie di burinaggine cafona, che si vorrebbe però araldi di una nuova e fulgida era. Persino la noia del trito “signoramiadoveandremoafinire” di Luca Barbareschi, nella notte della tv pubblica, è stata spacciata quasi come un travolgente annuncio che il dio buonista fosse morto.

Sgombriamo l’orizzonte da ogni possibile travisamento; non si vuol certo qui fare la difesa degli artifici lessicali per rinominare l’indicibile, del parlare con la paranoia dell’edulcorato. Tanto meno del voler compiacere l’ipocrisia del birignao dell’élite che guarda il mondo dalle belle terrazze dei centri storici. Il ben pensare non appartiene solo ai comunisti con il Rolex, a quelli di sinistra o quelli che vedono rosso, nell’ultimo acuto dileggio di chi assimila il coprifuoco, come le disposizioni anti Covid, a una sorta di manovra occulta di nostalgici dei Gulag.
Ritenersi civilizzati non corrisponde al cospirare per l’annientamento dei bianchi, dei maschi-femmine senza tentennamenti, dei cristiani, neuro tipici, liberi di scegliere, noisiamolagente. Si tratta di non dissipare, in una sola stagione di euforia populista, quel patrimonio di cultura della civile convivenza che ci eravamo, con fatica, conquistati in questi ultimi decenni.
La vituperata generazione dei boomer, di cui sembra doverci vergognare di appartenere, ha un piede ancorato sul ciglio del fossato che separa dal tempo più buio di quello stesso occidente, conosciuto per la testimonianza diretta dei genitori. È pur vero che l’altro piede pattina sul cammino sdrucciolevole di ogni possibile contraddizione, nata e seppellita dall’eclisse degli ideali che sembravano imperituri, dalle ideologie annacquate, da decenni di saltelli avanti e indietro tra utopie, nostalgie, opportunismi, rendite di posizione.

Tutto conosciuto e tutto visto. Una cosa però l’abbiamo capita; l’attenzione reale per chi è più fragile, in grave difficoltà, in minoranza e mortificazione ci ha reso più forti, più maturi, più fieri del nostro sentirci saggi. Ora sembra sin troppo facile inneggiare alle scelleratezze del passato a suon di proclami, cazzotti, sberleffi o sbadigli, siamo a un passo dal dare il via alla libertà di marchiare ogni diversità, come un segno di appartenenza al mondo degli empi.
La violenza ai danni delle persone che non avevano diritto di cittadinanza nel mondo arcaico, è alimentata anche da chi, di quel mondo, ancora celebra il rimpianto.
Il nostro esserci evoluti avrà senso fino a che sarà ritenuto un bene comune, e da difendere, il fatto che chi sia fuori dallo standard possa ancora serenamente esistere, dichiararsi, ambire a una vita non inquinata dal pregiudizio e dal disprezzo. (GN pubblicato su LA STAMPA del 26/aprile/2021)

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