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Due storie di giovani morti mi raccontano l’Umbria del mio tempo che fu

Mi sono accorto che in una settimana mi sono occupato  per il mio giornale di vicende legate alla morte di due adolescenti. Un ragazzo e una ragazza con vicende terrene assolutamente antitetiche e con storie post mortem di segno totalmente opposto. Il nesso che unisce le due storie è che entrambe hanno come sfondo l’Umbria,  la mia amatissima e odiosissima terra, che mi ha visto nascere e che mi ha ospitato fino ai trenta anni di vita. Solo ora che vedo assieme queste due storie mi rendo conto quanto siano esemplificative di un sentire che riconosco come la caratteristica più potente dei luoghi familiari in cui sono cresciuto e da cui, spinto dal cervello ribelle, sono fuggito senza più voltarmi indietro.

Nell’Assisi francescana, il più fantastico parco a tema che io ricordi di aver frequentato nelle mie fughe giovanili, appare un santo fanciullo che viene confezionato come una bambola di silicone, per rilanciare la fede nella generazione dei nativi digitali. Poco lontano ad Amelia, una ragazza come le tante ho conosciuto negli anni del liceo, muore di overdose. Quel primo assaggio di eroina era il dono d’amore per i suoi 18 anni  che aveva chiesto al  fidanzato,  probabilmente bello e maledetto e quindi principe assoluto della compagnia di paese. 

Credetemi in queste due storie di ragazzi morti c’è tutta la mia vita precedente. Penso che ci scriverò un libro…


CARLO PATRONO DI INTERNET E TESTIMONIAL DEL MIRACOLOSO SILICONE


Domani Carlo Acutis sarà proclamato beato.  Era un bel ragazzo morto in odore di santità nel 2006, a soli 15 anni, per una leucemia fulminante. Oltre una grande fede e un raro fervore religioso, la sua agiografia lo vuole appassionato di cultura digitale, al punto che già di lui si parla come di un verosimile “patrono di Internet”. Il suo corpo è stato traslato da qualche giorno nel Santuario della Spoliazione di Assisi.I resti mortali, racchiusi nell’eternità di un’iperrealistica ricostruzione di silicone, sono stati esposti alla venerazione dei fedeli in una teca di cristallo. Il ragazzo sembra vivo e solo addormentato. Veste l’abito che nella sua futura iconografia lo caratterizzerà come nuovo beato: una tuta da ginnastica e ai piedi delle Nike.

Apertura della tomba di Carlo Acutis (video)

Confesso il mio limite, ma mi sembra indecifrabile come l’anelito della proclamazione del “santo influencer” abbia avuto la necessità di ricorrere all’artificio della creazione di un simulacro di plastica, per riconoscere a un ragazzo morto il valore di un esempio per i suoi coetanei.  Una breve vita intensamente vissuta incarnando la perfezione di ogni valore cristiano. Con in più la capacità di saper declinare la sua testimonianza di fede operando attraverso le più frequentate modalità di condivisione che Internet può offrire.Quando è cominciata a circolare in rete quell’immagine irreale di un adolescente in tuta, che sembrava dormisse dietro a una lastra di vetro, qualcuno ha cominciato a immaginare a un evento miracoloso, tanto che il vescovo di Assisi Domenico Sorrentino ha dovuto precisare che si trattava di una ricostruzione artificiale, non del volto del ragazzo.

Dato per certo che Carlo Acutis abbia tutto il diritto di essere onorato dalla Chiesa come il patrono di Internet, perché far iniziare la sua benevola diffusione di Grazia con un’operazione che potrebbe ingenerare l’ambiguità di una fake news?La tendenza di usare il silicone per ricostruire un corpo santo è iniziata con San Pio, il cui volto fu praticamente ricostruito con una sofisticatissima maschera prodotta da Gems Studio, la stessa azienda che realizza i personaggi del museo delle cere di Madame Tussauds a Londra.  Sembrerebbe quindi essersi prodotta una nuova declinazione del sacro, che accetta il polimero sintetico come indicatore alla fede popolare di una virtù eroica. Il fine sarebbe di corroborare un corpo santo che, nella tradizione si conserva incorrotto per sacro prodigio.

Senza tener conto del fatto che il silicone sia un materiale che è comunemente inteso come simbolo di ogni artificio, lo strumento principe per alimentare la vanagloria umana di una eterna giovinezza. Si è sicuri che ai nativi digitali sia necessario assistere alla ricostruzione fittizia del prodigio del corpo integro del loro protettore? Era necessario costruire un artificio così arcaico per portare una testimonianza di fede nell’universo del fotoritocco e di FaceApp? Occorrerebbe una maggior fiducia nelle giovani generazioni, soprattutto osare una narrazione più moderna e coerente per comunicare il valore spirituale. Avrebbe già dell’immenso il racconto un ragazzo buono e capace di dare alla sua breve esistenza un senso profondo, di sicuro con un obiettivo assai diverso da quello ogni suo coetaneo ammalato di selfie e accumulatore di followers. (La Stampa 10/10/2020)


MARIA CHIARA, MORTA PER QUEL “DONO D’AMORE” CHIAMATO EROINA


Non pensiamo che Maria Chiara debba appartenere a una stirpe aliena, proviamo a immaginare come una nostra figliola la ragazza di Amelia morta per la dose d’eroina che aveva chiesto come “regalo” per i suoi 18 anni.
Ad accontentarla aveva pensato il fidanzato, maggiore di tre anni, che in materia di sballo era più sgamato di lei, almeno tanto da sapere come muoversi nel giro dello spaccio romano. I due partono in treno alla volta della Capitale, come se fosse una gita.All’ora di pranzo attorno alla stazione Termini è facile trovare quello che si cerca; venti euro e passa la paura. L’eroina entra in circolo e intanto si torna a casa. Alla stazione c’è un parente per accompagnarli, in programma un’apericena con gli amici, lei sembra non aver appetito. Le ragazze oggi mangiano poco, si sa.

A fine serata Maria Chiara va a dormire a casa del fidanzato. Dal letto del ragazzo però lei non sveglierà più. Ora si dovranno accertare le responsabilità, pare sia passato del tempo prezioso prima che lui lanciasse l’allarme. La giustificazione è che quel regalo fosse una richiesta esplicita della fidanzata, si dovrà aspettare l’autopsia per ricostruire con esattezza i pezzi che mancano di questa brutta storia.Esaurita la cronaca forse resterà ancora spazio per qualche commento di anima buona sui cattivi esempi che corrompono i giovani, ma non nei salotti della tv; oggi il tema prevalente è il Covid e i suoi derivati. Il casting degli opinionisti ha esperti in pandemie, mascherinologia, complotti e curve virali. Non ci sono più su piazza persone capaci di suggerire il contesto per una giovane vita soffocata da un’overdose.
Eppure dovremmo fermarci per un pensiero su questa morte, associare l’eroina ad Amelia porta veramente a scenari che ricordano epoche che, superficialmente, si potrebbe immaginare non più attuali.Chi ancora ricorda che proprio ad Amelia esiste da decenni una famosissima comunità di recupero, che nella sua storia fatta di luci e ombre, avrà pur fornito a chi abita da quelle parti immagini concrete del pozzo nero in cui precipita chi si si droga.

Eppure persino laggiù ancora resiste ed è coltivata l’epica dell’eroina, proprio per questo nessuno di noi si può chiamare fuori. Non basta mettere sul piatto periodicamente le attuali paure che tolgono il sonno ai muniti di giovane figliolanza, nulla di questo ha a che fare con la fluidità affettiva, con il disimpegno ideologico, con la debolezza delle figure genitoriali, con le sfide sui social, con Tik Tok, gli influencer, l’edonismo, la movida selvaggia.
Aggiungiamo alla lista che, ancora negli anni venti di questo millennio, potrebbe capitare che una ragazzina possa ancora fraintendere un buco di eroina come la più coinvolgente “prova d’amore” da concedere a un fidanzato. (La Stampa 14/10/2020)



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