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L’angoscia di un sibling nell’ultimo romanzo di Eli Gottlieb

“Il ragazzo che andò via”, scritto nel 1997, è l’ultimo romanzo di Eli Gottlieb tradotto e pubblicato recentemente da Minimum Fax. È importante dirlo perché, rispetto a “Un ragazzo d’oro” del 2015, uscito in Italia nel 2018, sembra di leggere una storia scritta da qualcun altro. Gli otto anni di attesa tra le due opere probabilmente sono stati importanti per creare poi un vero capolavoro. Si parla ancora di autismo focalizzando questa volta l’attenzione sul problema dei siblings e sulla famiglia, fornendo un quadro verosimile dell’imputridimento dei rapporti uomo-donna e della sofferenza degli altri figli, nati con la disgrazia di essere sani.

Dietro ogni famiglia si nasconde una storia di segreta sofferenza, di miseria, delusione e sogni infranti. Harta, la madre, improvvisamente si tuffa in un’avventura con il medico che ha in cura il figlio Fad, affetto da autismo. Max, il padre, consapevole di quanto avvenga attorno a lui ed incapace di fare qualcosa che possa portare a un cambiamento, si richiude in se stesso e, al ritorno dal lavoro, scende in cantina per continuare a bere. La voce narrante è quella di Danny, un adolescente testimone della tragedia che ha colpito la sua famiglia. La storia è incentrata su di lui, disorientato tra i primi turbamenti sessuali e i sospetti sull’infedeltà della madre. Non avendo solide figure adulte a cui ricorrere, fa affidamento all’amico Derwent, anche lui travolto dagli ormoni, ma meno ingenuo.

Fad si mordeva spesso la mano quando un pensiero lo tormentava. La carne tra indice e pollice era una macchia rosso vivo di tessuto cicatriziale. Quando era piccolo gli bastava la testa. La sbatteva con grande gusto sul pavimento, sui muri e su un certo blocco di cemento giù in cantina. Harta interpella molti medici riguardo il comportamento del figlio e tutti sono concordi nel suo allontanamento ed inserimento in una struttura psichiatrica. Ma lei non cede, vuole il meglio per Fad che vuol dire istituti specializzati e l’affetto della sua famiglia, non accorgendosi del fallimento delle relazioni tra di loro.

L’autismo precipita sulla famiglia come un asteroide, distruggendo ogni traccia di vita. Il lavoro frenetico di risanamento è il più delle volte causa del successivo tracollo emotivo. La grande pletora di informazioni raccolte in questi ultimi trent’anni hanno sicuramente reso i genitori più consapevoli dell’enorme impegno che sono costretti a svolgere come educatori, la rete ha permesso lo scambio di esperienze, ma siamo ancora lontani dalla vera formazione e dal fattivo sostegno familiare, che significa riduzione del rischio di depressione e di altre condizioni negative per la salute mentale degli adulti. La formazione dei genitori è un lavoro educativo che deve fornire nozioni, organizzare percorsi e programmi che facilitano la modifica del comportamento dei padri e delle madri rendendoli duttili alle situazioni nuove. Ne abbiamo avuto un esempio con il recente lockdown che ha obbligato molti genitori a riscrivere il quotidiano per non soccombere.

Il pericolo della sospensione delle sovvenzioni che costringeranno Fad ad essere internato, induce la madre ad una disperata corsa nel rendere appropriati ogni gesto o parola del figlio. Gli dice come comportarsi, cosa rispondere alle domande che gli verranno rivolte dalla commissione esaminatrice. È sicuramente una delle parti più intense della narrazione perché è difficile per una madre rompere il legame che la lega al figlio più bisognoso di cure, nonostante tutto intorno a lei sia distrutto e anche lei non sia più lucida. Avere come amante il medico del proprio figlio autistico è un tentativo inconscio di salvare il salvabile, di avere tra le mani la carta vincente. Si può rinascere come donna con il vantaggio dello specialista a disposizione.

Guardai mio fratello che, seduto davanti a me, agitava davanti alla bocca una mano smangiucchiata preparandosi a parlare. Volevo bene anche a Fad? Al momento aveva della robaccia biancastra agli angoli delle labbra. Ce l’aveva incrostata anche intorno al naso. Danny attribuisce al fratello il fallimento del matrimonio dei genitori e la scomparsa della loro felicità come famiglia. L’internamento porterebbe nuovamente l’armonia e così stuzzica Fad di modo che compaiano i comportamenti problematici. Il legame con il fratello o la sorella è in generale quello di più lunga durata e la fratria rappresenta il primo laboratorio sociale in cui i bambini imparano a negoziare, a entrare in competizione e allearsi, ma anche a comprendersi e sostenersi (Giovanni G. Valtolina). Se la malattia toglie attenzioni e amore, il ritardo mentale e i comportamenti problematici degli autistici hanno l’aggravante di trascinare il fratello nella stessa discriminazione, nell’esclusione sociale con lo spauracchio di una vita di rimessa, lasciata drammaticamente in eredità dai genitori.

Fad non supera brillantemente il colloquio con la commissione, perciò viene deciso il suo inserimento in una struttura. Anche in questo romanzo ritorna tutto il dramma del distacco dalla famiglia che porta a pensare quanto questa esperienza sia pesata nella vita dello scrittore, anche lui con un fratello autistico. Ogni tanto avevo provato amore per mio fratello, soprattutto sotto forma di istinto omicida verso gli amici che si prendevano gioco di lui, ma dopo anni di esposizione al potere corrosivo del suo vapore supercaldo, mi trovavo perlopiù con dei sentimenti sbiaditi. Le difficoltà della vita sono in grado di fiaccare l’amore per il proprio figlio. La consapevolezza di questa fragilità, vissuta come colpa, è l’inizio della malattia che coinvolge i genitori e tutta la famiglia. È questo il momento più importante al quale tutta la società sarebbe chiamata a intervenire. Sarebbe, appunto.

Gabriella La Rovere

 


ELI GOTTLIEB RACCONTA “IL RAGAZZO CHE ANDO’ VIA”

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