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Togliersi di dosso l’odore del disabile

Il romanzo “Nemesi” di Philip Roth si dipana all’interno di un evento, attuale come non mai in questo periodo: l’epidemia di poliomielite. Letto anche solo un anno fa non avrebbe suscitato le stesse emozioni per le molte analogie vissute (e di cui ho parlato qui). Mi voglio invece soffermare sul personaggio di Horace, lo scemo del quartiere, un adulto dall’età difficile da definire, ma sicuramente dal cervello di un bambino.

Ne vengono descritte alcune caratteristiche, dal suo camminare strascicando i piedi, mentre la testa, che ballonzolava ad ogni passo, faceva capolino dal collo come quella di una tartaruga, alla saliva che gli si accumulava agli angoli della bocca, e quando stava zitto a volte sbavava, alla faccia lunga e irregolare a indicare una sofferenza perinatale, probabile causa della disabilità. Il personaggio si arricchisce di particolari: la puzza di rancido che si alzava dai suoi vestiti e la faccia con delle croste di sangue, residui di una rasatura maldestra.

Lo si poteva trovare spesso fuori a passeggio, sia d’estate che d’inverno, diretto verso il campo giochi a guardare i ragazzi cimentarsi con il softball, per niente consapevole dell’ora, del giorno della settimana e della stagione dell’anno.  Per un po’ rimaneva seduto a un capo della panchina dove prendeva posto la squadra in battuta, per poi alzarsi e gironzolare per il campo finché uno dei ragazzi in gioco non gli stringeva la mano dicendo: «Come te la passi, Horace?» A quel punto Horace pareva soddisfatto e andava a piazzarsi accanto a un altro giocatore. Era l’unica cosa che chiedeva dalla vita: che gli stringessero la mano.

Queste brevi battute all’interno del romanzo mi hanno riportato alla mente dei ricordi di bambina, quando abitavo a Roma nel quartiere delle Valli, all’epoca pochi palazzi in una distesa di prati dove pascolavano le pecore. Dalla finestra dello studio al primo piano, vedevo la poca vita che si svolgeva nel piccolo raggruppamento di case con il lattaio, il fioraio, il tabaccaio, il negozio che produceva tortellini e tagliatelle per casalinghe incapaci o anche solo svogliate. Nel primo pomeriggio, quando le donne erano impegnate nel riordino della cucina e gli uomini riposavano, un padre e una figlia passeggiavano indisturbati attorno a quell’agglomerato urbano, lontano da occhi curiosi. Lui era alto, magro, con un paio di occhiali, vestiva in giacca e pantaloni principe di Galles, sia d’estate che d’inverno. Non parlava mai e portava per mano una ragazza, molto più alta di lui, veramente imponente, con i capelli neri tagliati a caschetto e fermati da un lato con un fermaglio. Indossava un cappotto sopra una gonna a pieghe  di cui si vedeva l’orlo, e sotto un paio di calzettoni bianchi che cozzavano con il suo essere una donna adulta. Quel procedere silenzioso di padre e figlia era inquietante e quando mi capitava di incontrarli per strada avevo un balzo al cuore.

La cosa che mi aveva colpito e che ancora ricordo a distanza di più di cinquanta anni era la scia  lasciata al loro passaggio e che ho sempre attribuito alla donna, perché ritrovata in altre situazioni analoghe. Un odore acuto, sgradevole, pungente che permeava le narici mantenendone vivo il ricordo. Quel tanfo doveva essere dovuto alle medicine che prendeva e che provocavano la sua particolare andatura rigida come Lurch della famiglia Addams. Quando ho iniziato ad andare a scuola, ho avuto modo di risentire quell’olezzo, di cui sembrava essere imbevuta una ragazza adulta con un grembiule a quadretti bianchi e rosa e un grande bavaglio a raccogliere la saliva che le scendeva ai lati della bocca. Venne per qualche giorno in classe e fu subito messa seduta accanto a me.

L’associazione disabilità e odore è qualcosa che mi segue dall’infanzia e che ha condizionato la mia ossessione nel lavare frequentemente gli indumenti di mia figlia, nell’abituarla ad una costante igiene personale e nel comprarle profumi che si spruzza in quantità. Sono dedita alla cura delle sue mani, dalle unghie perfettamente smaltate e con angoscia mi chiedo cosa sarà di lei quando io non ci sarò più e sarà una perdita di tempo avere lo smalto in tinta con il vestito, quando i capelli non saranno tagliati alla moda ma semplicemente tagliati, quando non sarà un problema mettere insieme un abbigliamento dignitoso, al passo con i tempi. È difficile per i nostri figli essere accettati per quello che sono e che possono dare. Ed essere ordinati, puliti e profumati è da sempre un ottimo biglietto da visita che agevola l’incontro con l’altro.

Gabriella La Rovere

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