In Evidenza

Una persona buona e gentile può anche uccidersi e uccidere il figlio disabile quando ogni alternativa sembra peggiore

Due giorni fa ho scritto un mio commento sulla vicenda del padre suicida e omicida di sua figlia gravemente disabile. L’ho fatto senza mettere le generalità del protagonista dell’episodio di cronaca perché la mia riflessione era di carattere generale sull’accadere frequente di fatti simili in simili scenari familiari.

Quel pensiero parassita della strage che spesso accompagna il genitore di un disabile

Ho avuto poi  modo di confrontarmi con la nipote di Gualtiero Gualtieri, questo il nome del protagonista. E’ la  giovane ragazza che ha trovato per prima i corpi senza vita di padre e figlia e che mi ha scritto di essere rimasta molto male per la brutalità con cui è stata trattata in genere la cronaca del fatto. Mi ha parlato dello zio come di una persona estremamente gentile e dedito alla figlia come parte più importante della sua vita. La stessa nipote mi ha indicato la testimonianza di un amico di Gualtiero, che qui riporto, pubblicata da una testata locale (Vareseoggi.it). Di certo su di me lascia una ulteriore e non indifferente traccia emotiva scoprire che questo uomo facesse esattamente il mio stesso mestiere, anche lui parlava alla radio. Non intendo contribuire ad agiografie e nemmeno fornire contesti “giustificativi” di una tale tragedia. Vorrei solo far capire come tutto ciò, in assenza di un’adeguata risposta istituzionale e sociale, continuerà ad  avvenire nella normalità e indifferenza più assoluta. Questo penso proprio sia l’aspetto più tragico.


Un ritratto di Gualtiero Gualtieri, 74 anni, scomparso  insieme alla figlia Gea di 31 anni nella tragica circostanza di Saltrio (leggi QUI).  Lo ricorda  l’amico fraterno Mario Chiodetti.


Eri un raccontatore formidabile, Gualtiero. Come Piero Chiara, rendevi le parole immagini, luoghi, volti di persone, perfino voci e odori. Non ti stancavi di rammemorare le storie del tuo paese, Saltrio, i vecchi, le osterie, i modi di dire e le donne, alla fine di maggio mi avevi telefonato dicendomi di volermi parlare di tuo padre. «Ha fatto una vita avventurosa, nei grandi alberghi europei, io non ho tempo di scriverne, vorrei che tu prendessi appunti intanto che io te ne parlo al telefono. Magari ne viene fuori un racconto».

Eri così, Gualtiero, sempre a rincorrere il tempo, a ritagliarti qualche ora per pensare alla tua di esistenza, dopo averla dedicata a tua figlia e alla sua disgrazia. Mi chiamavi al telefono, con quella tua voce profonda e pacata, levigata da migliaia di sigarette, e facevi finta di darmi un appuntamento, sperando di riuscire a evadere dalla tua prigione domestica.

Ci credevi, «domani forse evaderò per un’ora, magari riusciamo a berci un caffè», poi non ce la facevi, travolto dalle incombenze e dai pensieri, dal dramma di una figlia che amavi più di te stesso, così mi chiamavi al telefono e addirittura riuscivi a rincuorarmi, ad abbracciarmi da lontano, sapendo dei miei problemi di lavoro e della situazione familiare. «Siamo del Leone, non possiamo mollare», mi dicevi serio.

Sei stato felice un’ultima volta, e ricordo anche la data perché ero con te e ne vado fiero, avevi voluto che presentassi di nuovo i tuoi libri, in una sorta di antologia parlata dei ricordi, a Varese, in biblioteca, con la tua editrice Alda Bernasconi, L”Ulivo” di Balerna. Domenica 1° dicembre 2019, nemmeno un anno fa. Ridevi e firmavi le copie, stringevi mani e ti facevi abbracciare, eri un uomo libero, per un paio d’ore almenoLa sera prima avevo fatto uno spettacolo al Liceo musicale, e tu eri lì con tua figlia che amava la musica, in fondo alla sala, ma era come se fossi con me sul palco. Grazie a te il mio gruppo musicale era nato nel 1993, con Università Popolare, dalla signora Angela Zamberletti un giorno di maggio, due anni fa celebrammo i 25 anni a villa Cagnola e tu eri lì, seduto un po’ di sbieco, come se non volessi disturbare. Ci commuovemmo in due, alla fine, ricordando quei tempi felici di una Varese più viva e colta. Eri un uomo di frontiera, e con Università Popolare portasti in città “Il vicino sconosciuto”, il ticinese, con il quale noi lombardi abbiamo legami ancestrali.

Mi hai sempre aiutato, Gualtiero, ho fatto con te splendide trasmissioni alla Radio della Svizzera italiana, sulla musica e sulla storia della risata, perché tra le tue tante qualità non ti difettava l’ironia, mi chiamavi a fare da presentatore ai tuoi libri, meravigliosi raccoglitori di anime, di luoghi e pensieri, insieme sceglievamo una sede acconcia, giusta per il fil rouge dei racconti: una volta il Verderamo di Cabiaglio, l’altra l’osteria di Graziano Ballinari a Bizzozero, poi la Galleria Ghiggini con un’attrice vestita anni’50 come le protagoniste delle tue novelle.

Mi avevi invitato addirittura al liceo artistico, quando ancora era in viale Milano, per tenere una conversazione sulla storia del disco, con tanto di grammofono a tromba e 78 giri, nell’indifferenza generale dei ragazzi, con l’unico commento di un’allieva: «Ma perché fa queste cose?». Tentavi di tutto per aiutare una persona, per consentirle di esprimere ciò che aveva dentro, esternare le sue passioni.

Quando mi chiamavi dalla radio, dopo l’incipit «sono Gualtiero», sentivo all’altro capo del filo lo sfrigolio di un fiammifero e il primo tiro alla sigaretta. Ti mettevi a tuo agio per conversare con me, per te erano attimi preziosi, la testa si liberava per qualche minuto dei pesi enormi che eri chiamato a sostenere, e diventavi il grande giornalista, l’uomo di cultura curioso di tutto, l’amico affettuoso, lo scrittore attento al particolare che punge. La tua prosa era straordinaria, limpida e ironica, frutto di molte letture e ricca di citazioni colte e popolari insieme, i personaggi erano vivi e parlanti, catturati dalla tua mente nell’infanzia e scolpiti nel ricordo.

Un mese fa mi avevi telefonato, la voce era la solita, appena un poco più stanca, ma lo spirito era ancora lì, a ricordare i tempi andati, le fantasmagorie dell’esser bambino, il mondo che va storto e i disastri del virus. Avevo percepito però una sorta di abbandono, mi parlasti di tuo padre, desideravi che io prendessi appunti mentre tu mi raccontavi al telefono le storie che non saresti riuscito a scrivere. 

«Se ti parlassi al telefono un paio d’ore la settimana, per te andrebbe bene?», mi avevi chiesto. Così fissasti il primo appuntamento, giovedì scorso, dalle 16 alle 17, sempre con il punto interrogativo, tuo e mio. Il destino ha voluto che non ci salutassimo un’ultima volta, giovedì non ce l’ho fatta a essere all’apparecchio per quell’ora, avevo un impegno fissato ma pensavo di riuscire, invece ho tardato, e ti ho scritto scusandomi e prenotandomi per un altro giorno. Forse giovedì avresti voluto soltanto dirmi addio, nel tuo modo sobrio, riservato, da gatto, lo stesso che non ti faceva confessare i tuoi mali, nemmeno l’ultimo, il più terribile, del quale non sapevo nulla. «Come stai Gualtiero?», un respirone dall’altra parte e poi: «Boh, sai, i medici dicono tutto e il contrario di tutto», una piccola risata e poi il discorso mutava subito, ed io rimanevo con il dubbio sulla gravità della malattia, mi domandavo come facessi a reggere una tensione così grande in casa, con la tua famiglia disastrata e l’età che avanzava.

Desidero che si sappia una cosa di te, un piccolo esempio della tua infinita generosità e del grande amore che avevi per tua figlia. Gea ascoltava decine di cassette musicali grazie ai piccoli registratori Sony che purtroppo rompeva spesso. Eri riuscito a trovare un venditore in America che te li spediva, perché ormai erano fuori produzione da anni, poi venivi da me a portarmi cassette vergini perché ti incidessi canzoni e sinfonie, strappando quei pochi minuti della visita al tempo che le dedicavi giorno e notte.

Quel 1° dicembre dell’anno scorso tu hai voluto accomiatarti dalla vita ben prima di ieri. Quello è stato il tuo vero addio, a quel mondo solo tuo in cui nessuno poteva entrare, l’universo dell’infanzia e della giovinezza, dei primi amori e della scoperta dell’amicizia, quello che tu hai saputo regalarci nei tuoi libri e in ciò che dicevi alla radio, nel cuore della notte, tra una sigaretta e l’altra. Hai voluto con te gli amici di sempre, hai sorriso e raccontato, facendo finta per due ore che ci fosse un domani diverso, ancora qualche libro da scrivere e un tempo per presentarlo.

Sapevi già che la fine sarebbe stata questa, una fine preparata e inevitabile, un estremo atto d’amore nei confronti di Gea, che sarebbe rimasta sola e indifesa, con te e tua moglie ammalati e incapaci di aiutarla. Hai avuto coraggio, un coraggio da leone, ma chi rimane da questa parte della barricata ha nell’anima una voragine, un buco nero, un senso profondo di ingiustizia per come vanno le cose nel mondo, per la sofferenza che la vita ti ha riservato. Perdonami Gualtiero se anche un po’ per egoismo non sono arrivato all’appuntamento telefonico di giovedì, riprenderemo il discorso su tuo padre da un’altra parte prima o poi. Per il momento sono ancora qui, purtroppo. (Da Vareseoggi.it)

Informazioni sull'autore

Articoli Correlati

Commenti Facebook