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Il senso dell’ essere neurodiversi

Un recente articolo su The Lancet Psychiatry focalizza l’attenzione sul possibile vantaggio di una condizione di neurodiversità in una professione altamente specialistica quale la medicina.

Un sondaggio condotto tra i medici residenti nel Regno Unito ha identificato 3 persone (1%) con diagnosi certa di autismo ad alto funzionamento su 304 intervistati, una percentuale in accordo con la prevalenza dei disturbi dello spettro nella popolazione generale.

Nel Regno Unito l’autismo è coperto dalla legge sull’uguaglianza, che obbliga i datori di lavoro a fare ragionevoli adeguamenti, da cambiamenti nell’ambiente alla fornitura di supporto specifico, per consentire ad ognuno di lavorare nelle migliori condizioni possibili. Sembra che ci sia un numero crescente di medici che partecipa a gruppi di sostegno per l’autismo proprio grazie ad una maggiore consapevolezza generale sulla neurodiversità.

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Alcuni tratti autistici, come l’attenzione ai dettagli, la memoria eccellente e la risoluzione creativa dei problemi, sono caratteristiche apprezzabili per un medico. Una passione trainante e una forte etica del lavoro aiutano i medici con disturbi dello spettro a progredire attraverso programmi di formazione, riducendo al minimo l’effetto delle difficoltà interpersonali e sensoriali. Per alcuni medici autistici il lavoro accademico o di laboratorio è preferibile ai posti clinici, ma possono eccellere in tutte le specialità con opportuni adattamenti e la presenza di colleghi empatici. Pensare fuori dagli schemi, soprattutto in medicina, è ancora visto con sospetto e ostacolato in ogni modo.

Le persone autistiche hanno bisogno spesso di maggiori sforzi mentali per funzionare socialmente allo stesso livello delle persone neurotipiche, con conseguente affaticamento e prestazioni compromesse. Le differenze di comunicazione sono spesso mascherate dal coping appreso o accettate come stranezze in ragione della presenza di altre abilità vantaggiose. L’entità di questo mascheramento può diventare evidente solo quando le richieste esterne superano le risorse interne portando ad un tracollo psichico. Sono necessari maggiore comprensione e supporto per consentire ai medici con autismo di continuare ad essere risorse per la medicina. I manager nella sanità e i colleghi non possono più permettersi di trascurare il potenziale dei medici autistici solo perché non si conformano ai sistemi esistenti che favoriscono il medico neurotipico.

Arrivare ad una diagnosi di neurodiversità può dare risposte ad una vita di difficoltà nei rapporti con i colleghi. È illuminante un articolo del 2004 su BMJ nel quale un medico, che preferì mantenere l’anonimato, raccontò le sue vicissitudini.  Secondo la mia professione e ICD-10 io sono un medico con disturbo depressivo ricorrente. Questa è una diagnosi inutile e ciò che mi ha aiutato ad andare avanti è scoprire che mi trovo nella parte ad alto funzionamento dello spettro autistico. Devo tantissimo al consulente psichiatra che sospettò che avessi la sindrome di Asperger che a tutti gli altri psichiatri che suggerirono farmaci intelligenti per gestire la mia depressione.

Ora so che gli indizi per questa diagnosi erano sempre stati presenti nonostante non fossero stati riconosciuti fino a che non ebbi 30 anni. Non avevo mai sentito della sindrome di Asperger finché non ricevetti la diagnosi.

La chiave per vivere con questa diagnosi (che non può essere curata) è riconoscerla e inquadrare il mio lavoro e gli ambienti domestici attorno ai vincoli posti da questa condizione.

Credo che un forte stigma sia associato alla sindrome di Asperger, nonostante sia un disturbo del neurosviluppo e non una condizione psichiatrica. La realtà è che in medicina molti di noi stigmatizzano la psicologia e la psichiatria alla stessa maniera. La scarsa comprensione della sindrome mi preoccupa così come il fatto che spesso non viene vista come una “entità” valida.

Nel 2014 in un altro articolo venne raccontata la storia del dott. Vaughan Bowen, chirurgo ortopedico con diagnosi di Sindrome di Asperger. Come nel caso precedente, la rivelazione della neurodiversità mise fine ad una serie di disagi

Ho alcune difficoltà “invisibili” che rendono difficile interagire socialmente apparendo talvolta “strano”. Ho difficoltà a comprendere l’espressione facciale, il linguaggio del corpo e il tono della voce. Prendo il linguaggio molto letteralmente e ho grandi difficoltà con le emozioni.

Ho vissuto una doppia vita. Chi mi ha osservato ha visto una storia di grande successo. Aggiustare persone fratturate è facile. Ho conseguito la laurea in una buona università. Posso pilotare un idrovolante, sono un atleta di duathlon molto competitivo.

Gli altri aspetti della vita sono stati un mistero: imprevedibile e difficile da interpretare. Ho avuto una grave depressione ai 20 anni. Mia moglie, un’infermiera di sala operatoria, mi ha curato bene ed è stata un’ottima madre per i nostri due figli adottivi. Siamo passati da un lavoro universitario all’altro, apparentemente salendo la scala accademica ma, più probabilmente, tentando di placare la mia ansia sociale. L’ansia è stata la mia compagna per tutta la vita.

Le maggiori conoscenze sulla neurodiversità, insieme ad un aumento delle diagnosi, non potevano non interessare i produttori di Hollywood, da sempre attenti a raccontare i cambiamenti sociali. Come già con “Rain man”, nella serie televisiva “The good doctor” l’autismo rappresentato si discosta dalla realtà. I medici con neurodiversità non assomigliano al personaggio televisivo, così pieno di ossessioni plateali e di stranezze che avrebbero reso difficile il suo inserimento sociale e lavorativo nonostante le straordinarie capacità di memoria e ragionamento. Questa narrazione non aiuta la generale consapevolezza e meno che mai ne favorisce l’inclusione sociale.

Gabriella La Rovere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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