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Il destino del quinto figlio secondo Doris Lessing

Doris Lessing è stata la voce più appassionata dell’esperienza femminile in un mondo ricco di contraddizioni. Nel romanzo “Il quinto figlio”, pubblicato nel 1988, Lessing descrive i cambiamenti della vita felice di una coppia di sposi – Harriet e David Lovatt – alla nascita del loro quinto figlio Ben.

Già durante la gravidanza si capisce che qualcosa non va, il piccolo manifesta con veemenza la sua presenza a partire dai primissimi mesi di vita, tanto da indurre la madre a prendere dei tranquillanti, scelta che fa inorridire ma che conduce il lettore all’interno di una storia che diventa sempre più fosca. Si passa dalla luminosità delle prime 50 pagine, dall’immagine della famiglia felice formata da tanti figli, coscientemente voluti, in una casa enorme, ricca di stanze per ospitare tanta gente in modo che questo quadretto idilliaco possa essere condiviso e anche invidiato, al suo progressivo imputridimento.

Già prima dell’arrivo di Ben, questa famiglia allargata a zii, cugini e nonni risposati affronta la nascita di Amy, una bambina con sindrome di Down, figlia della sorella di Harriet. Nessuna famiglia può sentirsi immune da questa eventualità e, sia nel romanzo che nella vita reale, viene incolpata la madre, le liti frequenti con il marito che avrebbero avvelenato il frutto del concepimento. Solamente chi ha affrontato un’esperienza simile sa quanto di vero ci sia in questo clima di sospetto che avvolge la coppia genitoriale alle prese con la disabilità. Si va a ritroso con i ricordi cercando di trovare la causa perché più facile da accettare rispetto alla semplice casualità, al fato che arbitrariamente getta il pesante fardello sul primo che capita. Quale donna non ha tirato un sospiro di sollievo quando ha avuto conferma, subito dopo la nascita, dell’apparente stato di salute del proprio figlio?

E quasi come punizione all’atteggiamento dissonante di Harriet verso Amy, l’altra faccia della medaglia di donna e moglie perfetta, di padrona di casa accogliente, di ventre sempre gioiosamente pieno, che finalmente cambia il vento e si arresta la melassa ipocrita e stucchevole delle prime pagine. Nelle intenzioni della scrittrice c’è l’impudenza di raccontare cosa avverrebbe all’interno di una coppia, di una famiglia, della piccola comunità di appartenenza se nascesse un alieno, una specie di elfo, dalle spalle curve e la schiena ingobbita, la fronte sfuggente in una sorta di pendio ininterrotto, dalle sopracciglia alla radice dei capelli. Ben nasce prima del termine, è grande, muscoloso, gli occhi tra il giallo e il verde, opachi, le mani grosse e pesanti. E Harriet si scoprì a pensare, chissà qual è la madre che accoglierebbe con gioia questo…alieno.

Lo sconcerto iniziale lascia il posto alla repulsione per aver partorito “altro”, al fastidio di avere a che fare con un essere deforme, inumano, che sconvolge ogni piano per il futuro. Nessuno è di aiuto, il medico di famiglia e poi le insegnanti sembrano non accorgersi della bestialità del piccolo. Non parla, è iperattivo, non dorme, non si abbandona a gesti di affetto, urla, ha scatti di ira, è incurante dei pericoli, tutte caratteristiche che portano a pensare ad un enfant sauvage, alla remota possibilità che geni primordiali quiescenti possano essersi attivati dando origine a caratteristiche degli uomini primitivi. Fantascienza? Perché no, si tratta sempre di una storia che ha lo scopo di far riflettere sulla diversità, sulla deviazione dalla norma, sull’alterità.

La presenza ingombrante e affaticante di Ben infastidisce tutti, i fratelli ne sono terrorizzati e, quando è il momento di andare a dormire, si chiudono a chiave in camera. Vincendo le deboli resistenze di Harriet, la famiglia allargata ai nonni decide di rinchiudere il mostro in un istituto. La scena è tra le più brutali perché, nonostante l’aspetto esteriore, Ben è pur sempre un bambino. Ed è proprio questa consapevolezza che spinge poi Harriet ad andarselo a riprendere. Lo trova in una stanza quadrata, su un materasso di gommapiuma, nudo, sedato, imprigionato in una camicia di forza; tutto attorno urina ed escrementi. Lo riporta a casa dedicandosi alla sua educazione. Ben assorbe ogni sua energia e questo va a discapito degli altri figli e del marito; il romanzo affronta la problematica dei siblings, delle ripercussioni psicologiche per la presenza di un fratello (o di una sorella) difficile, scomodo, diverso.

Ben cresce, frequenta la scuola ed entra in contatto con i suoi pari, ragazzi problematici, disadattati, che passano le giornate al bar o a scorrazzare con le moto, dà addirittura l’impressione di esserne il capo. È sereno perché non giudicato né allontanato, il simile cerca il suo simile, ha linguaggio comune quando presente, e poi pensieri semplici e soddisfacimento dei bisogni primari. Ben passa le giornate con gli amici, alcune volte non torna neanche a casa se non dopo giorni. Harriet e David decidono quindi di vendere l’enorme casa per comprarne una più piccola, sufficiente per loro due. Il messaggio finale è che, per quanto diverso, alieno e, aggiungo io, disabile, ognuno ha la propria strada e ha il proprio posto nel mondo.

Gabriella La Rovere

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