Scuola & Tempo

   MOTHERLESS BROOKLYN: ALTRA STORIA DI UN CERVELLO RIBELLE

Motherless Brooklyn, scritto, diretto e interpretato da Edward Norton, è un bellissimo film. Impeccabile nella sua fattura, cast importante, facce tutte giuste, musica elegante che attraversa il film e lo accompagna nel dipanarsi della storia non come un ornamento, ma come una parte essenziale. Parla di un detective privato affetto dalla sindrome di Tourette, un disturbo neurologico che compare durante l’infanzia e ha una durata variabile, caratterizzato dalla presenza di tic, da ecolalia (ripetizioni di frasi o parole spesso non consone alla situazione che si vive), a volte associate ad un disturbo ossessivo compulsivo.

Insomma, per dirla con Gianluca Nicoletti, un cervello ribelle. Edward Norton è sicuramente un grandissimo attore che non ha bisogno di conferme: lo ricordiamo tutti dal suo esordio in Schegge di paura, dove, giovanissimo, riuscì ad oscurare un Richard Gere al top della sua carriera, o in American History X dove veste i panni di un nazista americano, o, ancora, ne La 25a ora, ascesa e declino di uno spacciatore che spera ancora, per il breve spazio di un’ora, in una possibilità di redenzione (andate a riascoltare lo spettacolare monologo allo specchio di Edward Norton). Ma in questo film siamo ben oltre il bel prodotto, siamo, almeno per chi come me ha quotidianamente contatto con la diversità, ad una rappresentazione di svariate diversità e ad una lettura di esse non convenzionale.

Il “problema” di Lionel, il protagonista, che lui cerca di contenere il più delle volte senza successo, non gli impedisce di svolgere un’attività per l’amico che lo ha salvato dal bullismo ed è riuscito a guardare oltre il suo“problema”, trattandolo come una persona qualunque e non una “specie protetta”. E nel corso della storia non è certamente casuale l’atteggiamento che Lionel riscontrerà nei suoi confronti da parte di quelli che hanno in mano il potere e di quelli che, invece, non solo il potere non ce l’hanno e non l’avranno mai, ma sono da sempre relegati tra i diversi.

Splendido il dialogo tra Lionel e il trombettista jazz che mette a confronto la sindrome del primo con la sua passione per la musica. Bellissimo quello con la protagonista femminile alla quale spiega, con grande naturalezza, che mentre sta guidando la macchina, una parte del suo cervello si domanda se le banconote nel portafogli siano messe nella giusta sequenza e quella parte cerca di prevalere sull’altra facendolo fermare per controllare.


.


 

Un universo abitato da un campionario umano che riproduce un po’ tutti, buoni e cattivi, furbi e sfigati, vittime e carnefici, dove non solo tutto non è come sembra, ma spesso gli incastri si incastrano a loro volta e formano ulteriori spunti di riflessione sulla natura umana e sugli stereotipi di cui siamo tutti vittime senza nulla togliere all’azione della vicenda.

La sola cosa che non mi è andata giù della visione di questo film sono state le continue risatine a sproposito degli spettatori e i loro commenti privi di un minimo garantito di analisi. La signora che sgranocchiava rumorosamente a intermittenza pop corn, all’uscita ha addirittura detto che è un film pesante! E invece io ho trovato una bellezza commovente nel viso stropicciato di Edward/Lionel, nei suoi tic e nelle stereotipie che ben conosco, una disarmante leggerezza nel raccontarsi senza finzioni a chi lo avrebbe compreso, un coraggio e una lealtà granitici verso chi lo aveva difeso e aiutato. Una prova d’attore, ma più ancora una grande prova d’uomo e di umanità. Da non perdere.

Irene Gironi Carnevale

Informazioni sull'autore

Articoli Correlati

Commenti Facebook