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Ho fatto una follia!

«Ho fatto una follia» ha detto la dottoressa Annarita Nardone, pedagogista della Fondazione Papa Paolo VI di Pescara, che ha ideato e scritto una pièce teatrale pensando ad un ragazzo autistico con gravi problematiche comportamentali dal titolo “Un ragazzo e la luna”. La follia è stata quella di farla rappresentare proprio a lui che a malapena rimane vestito, che gli educatori devono tenere impegnato in qualcosa che lo distragga dalla tendenza a girare nudo e lanciare le sue scarpe dalla finestra.

Follia significa fare qualcosa di temerario, sconsiderato, fuori dai canoni rassicuranti imposti dalla società. È stata follia quella di Jean-Marc Gaspard Itard (1774 – 1838) nei riguardi di Viktor, il ragazzo selvaggio che viveva nei boschi dell’Aveyron: lo ha preso in casa con sé e gli ha dato un nome, elevandolo dalla condizione di bestialità nella quale la società l’aveva segregato.

È stata follia quella di Ovide Decroly (1871 – 1932) di pensare che fosse possibile l’educazione e l’apprendimento dei bambini con ritardo cognitivo partendo dall’interesse personale, cioè da quella spinta, diversa da individuo a individuo, che ne rivela la natura.

È stata follia quella di Paul Robin (1837 – 1912) di mettere insieme, senza distinzione tra maschi e femmine, bambini normali e quelli con difficoltà cognitive e relazionali di vario grado, lavorando sugli interessi di ognuno e concependo la scuola come un insieme di laboratori.

È stata follia quella di Maria Montessori (1870 – 1952)  di pensare che si potesse dare un’istruzione ai bambini confinati nei manicomi, di farli leggere e scrivere correttamente e di portarli a sostenere esami nelle scuole pubbliche, insieme agli altri bambini, e superarne la prova. I folli di questo tipo sono pochi, ma hanno dato una svolta importante all’esistenza di alcuni.

La follia è scaturita dalla semplice osservazione, senza alcun pregiudizio, senza pensare di avere di fronte un ragazzo fortemente compromesso, annientato dalla patologia di base, ma solo un ragazzo con bisogni ed interessi. La musica ha rappresentato una sorta di bolla contenitiva nella quale lui è riuscito a mettere in atto sequenze di movimenti impossibili da eseguire in altri contesti. Nel momento in cui si è tolto le scarpe, l’intera platea rappresentata dagli educatori e da chi lo conosceva bene, ha trattenuto il fiato ed invece si è compiuto lo straordinario. Lui ha preso le scarpe e le ha sistemate perfettamente parallele a fianco di un tappeto, per poi sdraiarsi e fare il movimento coreografico imparato. Al termine ha infilato i piedi nelle scarpe ed è uscito di scena.

Pochi minuti che hanno dato una nuova spinta agli educatori da tanti anni impegnati con ragazzi autistici gravi. Sono diventati grandi insieme a loro, con alcuni ne condividono i capelli bianchi. Conoscono ogni sfumatura del loro comportamento, sanno prevenire e contenere la loro ansia, sono indispensabili per loro. Di contro questi individui fragili, coscienti della loro innata inadeguatezza alle regole ferree che la società ha imposto, vi si affidano senza riserve generando un sentimento che è tenero e struggente allo stesso tempo , ma spesso c’è bisogno di un atto folle per sbloccare una situazione in stallo, per illuminare il percorso, per iniziare un modo altro di educare.

Gabriella La Rovere

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