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L’autistico rifiutato e l’obbligo di essere eroi

Si parla di autismo in tutti i media nazionali per la vicenda assai triste di una famiglia che ha rifiutato di continuare a occuparsi di un bambino autistico di undici anni, ora in carico al Tribunale dei minori. La vicenda è già oggetto di vastissime discussioni sui social da parte di genitori, che giustamente si sono sentiti chiamati in causa. Nella giornata di ieri mi è stato chiesto da più parti il mio parere, lo riassumo qui riportando il mio editoriale pubblicato oggi dalla Stampa, un’intervista che mi ha fatto una collega del Quotidiano Nazionale: Giorno, Piccolo, Carlino. (papà coraggio mi da la nausea…ma non si può pretendere troppo…) Infine  il mio commento al gr24 di oggi. Non ho veramente altro da aggiungere.


RIFIUTATO PERCHE’ AUTISTICO

Ci chiedono di essere eroi, ma siamo soli e fragili


Per la prima volta vengo a sapere che qualcuno si è sbarazzato del proprio bambino perché è autistico. Gli operatori di “Casa Sebastiano”, un centro per l’autismo del Trentino, hanno ricevuto la telefonata degli assistenti sociali di un’altra regione che chiedevano di accogliere un undicenne autistico, affidato al Tribunale dei minori perché rifiutato dalla famiglia.

Sembra un ritorno al più fosco dei passati, quando prendeva il sopravvento la vergogna per un figlio imperfetto e velocemente lo si disconosceva, allontanando lo stigma di una “tara mentale”, che avrebbe gettato discredito sull’intera famiglia.

Su tutto questo sembra aleggiare quel diffuso senso di spietatezza verso le persone fragili, che stiamo gioiosamente coltivando nel nostro paese. La cultura della diversità ha mancato il suo supporto verso chi ha scelto di cancellare un figlio, dopo averlo avuto accanto per più di un decennio. A forza di bollare come “buonismo” quella che era l’espressione concreta della nostra civilizzazione, è entrato nel lessico comune il termine autistico come sinonimo di un insulto. Ora abbiamo il primo segnale che il salto indietro nel tempo per gli autistici potrebbe essere iniziato.

Non sappiamo quali siano i motivi specifici che hanno portato dei genitori a questa decisione, io posso ben intuirne qualcuno, perché ci sono passato e ogni giorno provo quanto sia difficile far accettare dal mondo attorno a noi quel frutto della nostra carne, nato con il cervello fuori standard. Fa rabbia guardare le fiction zeppe di autistici prodigiosi, i talk del due aprile che mostrano solo l’idillio di  santi genitori, bimbi sorridenti, fantastici insegnanti.

Quello è il paese delle meraviglie, non dove vive la maggior parte delle nostre famiglie. Ci si sente soli sin dal momento della diagnosi, nella maggior parte dei casi ci sono offerti palliativi, residui di letture dell’autismo arcaiche e sorpassate, se non si finisce in mano ai venditori di illusioni, ai ciarlatani, ai guru della “medicina alternativa”.

Ancor più soli si è a scuola, dove l’inclusione per gli autistici può avvenire solo in presenza di sostegni altamente specializzati, ma a chiederli sembra di bestemmiare e così i ragazzi passano spesso  anni indifferenti, tra corridoi e cortili. Quando finisce la scuola poi finisce tutto. Le leggi tanto strombazzate e le belle parole ancora non hanno evitato ai nostri autistici figlioli il destino di “fantasmi”, cittadini senza diritto di cittadinanza.

Ci si chiede pure di essere eroi? Ci proviamo, anche se ne faremmo volentieri a meno. Qualcuno di noi ha cominciato a mollare? Era prevedibile, non si osi fare la morale e puntare il dito, piuttosto si rifletta quanto questo caso sia un sintomo di eclissi della civiltà che, di sicuro,  non riguarda soltanto noi autistici.

(Gianluca Nicoletti LA STAMPA del 26 luglio 2019)


 

Papà coraggio: siamo lasciati soli. “E’ durissima ma io non mollo”.


«È una scelta che non si può giudicare e non voglio farlo in nessun modo. Mi sembra dettata da una solitudine drammatica. Non ho mai conosciuto nessuno arrivato a questo punto: se rinunci a tuo figlio vuol dire che lui scompare dalla tua vita. Lo annulli». Giornalista per La Stampa, conduttore radiofonico, ma soprattutto «papà di Tommy», il figlio autistico che oggi ha vent’anni. Gianluca Nicoletti, 64 anni, perugino, è ormai un riferimento nel settore. Ha girato l’Italia per raccontare famiglie e associazioni e dal suo viaggio è nato il film Tommy e gli altri. Recentemente ha scoperto di avere lui stesso la sindrome di Asperger, una forma di autismo lieve. Ne parla in un libro, che ha un titolo che suona come un biglietto da visita: Io, figlio di mio figlio.
Ha avuto anche lei momenti di disperazione?
«Mi succede spessissimo di non farcela più. Si cerca di non mollare. La gestione di un autistico è onerosa, faticosa, drammatica. Ci si sente soli».
Come i genitori di Trento.
«Se una famiglia decide di liberarsi del figlio significa che qualcosa non ha funzionato nel sistema di protezione delle famiglie».
Anche la fondazione Trentina per l’autismo ha parlato di un «fallimento delle istituzioni».
«Li conosco, ho intervistato il presidente, compare nel mio film. Lavorano bene. Il loro allarme è preoccupante e si comincia ad allargare. Questa vicenda è una grossa sconfitta per un paese che vorrebbe sembrare civile».
Che cosa la spaventa di più?
«Inizio a vedere i sintomi di un cambiamento di ottica rispetto ad alcuni termini. È gravissimo accomunare ‘stupido’ ad autistico, come hanno fatto Grillo e molti altri. Per questo mi sono sempre battuto dopo quegli episodi. Stiamo uccidendo il politicamente corretto e tornando ai tempi in cui ci vergognavamo dei disabili e di tutte le persone diverse. Una spietatezza arcaica che si rinnova».
Qual è il rischio?
«Finire alla soluzione reclusiva. Riaprire i manicomi. Serve una profonda educazione sociale».
Come si fa inclusione?
«A scuola, prima di tutto, dove adesso non si riesce a farla davvero. Il problema è che i nostri insegnanti di sostegno non sono formati: l’autismo richiede una specializzazione profonda, su cui lo Stato deve investire».
Di cos’altro hanno bisogno le famiglie?
«Di attenzione. E fatti concreti, come la legge sul Dopo di noi, che è ancora ferma alle chiacchiere».
Che cosa succede ai ragazzi come Tommy quando compiono 18 anni?
«Vengono abbandonati a loro stessi. Eppure la scuola dovrebbe fare da ponte con il mondo del lavoro e il resto della società».
Quanto fa male a un autistico rimanere chiuso in casa?
«Tantissimo. La loro educazione a vivere è fatta attraverso le relazioni. Se non stanno in mezzo alla gente, si spengono».

Lucia Caretti

IL QUOTIDIANO NAZIONALE 26 Luglio 2019)


 

Dal GR24 Radio24 Il Sole24ore

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