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Quel figlio adulto per sempre bambino

Dopo tutte queste settimane alla ricerca di un centro diurno per Luca, io, Dan e gli insegnanti di Luca siamo riusciti a scartarne tutti tranne due: uno ha una sede molto bella e molte attività da fare quando gli individui (non so mai come chiamarli: utenti? ragazzi?) non escono a fare volontariato o altro. Molte della attività proposte non sono la passione di Luca, ma è anche vero che se fosse per lui, se ne starebbe a letto ad ascoltare le cover delle peggiori canzoni italiane degli anni settanta. L’altro centro invece offre uno stanzone, bello e accogliente, ma le attività sono tutte fuori sede: si esce ogni giorno a fare diverse attività di volontariato, ma anche a fare sport, ad andare in biblioteca, al cinema o altro.

Durante la ricerca, le discussioni, le spiegazioni e le mille domande, mi sembrava che questo difficile passaggio tra la scuola e il centro diurno fosse in realtà assolutamente teoretico, e comunque un passaggio da affrontare tra chissà quanto tempo. Quasi surreale.

Fino a ieri, alle 11, quando ho portato Luca alla prima visita al primo centro, quello tutto fighetto. Il primo problema di questa transizione è: come gliela spiego? Lui che chissà cosa capisce, lui che è talmente abituato a fare le stesse cose tutti i santi giorni? Lui che si trova bene dove sta e non vede proprio perché dovrebbe trasferirsi in un altro posto.

“Oggi andiamo in una scuola nuova!”, gli ho detto. Ma, come sempre, non sembrava che ascoltasse. “Adesso che sei grande, devi andare in un posto per persone grandi. Ma vedrai che ti piacerà”. “Ok”, mi ha risposto, mentre ascoltava la sua canzone orrenda.

“Hai capito dove andiamo?”, e lui fa: “Becket!”.

Insomma, non aveva capito niente, o almeno mi sembrava.

Gliel’ho ripetuto duecento volte, e la sua reazione è sempre stata assolutamente neutra.

Poi siamo saliti in macchina: “Pizza! Becket!”, mi diceva tutto contento.

“No, andiamo alla nuova scuola! Ci sarà anche Mister Adam (il suo insegnate della scuola che frequenta adesso), così ti aiuta”.

Silenzio.

“Luca, andiamo nella nuova scuola!”

Silenzio.

“Luca, hai paura?”

“Yes, yes!”.

Mi è venuto su un magone da guinness dei primati. Gli ho detto che capisco, ma che andrà tutto bene. Che ci vorrà un po’, ma poi si sentirà anche lì a casa.

“Pizza!”, mi ha risposto con quel sorriso lì.

“Sì, stasera andiamo a mangiare la pizza!”.

“Ok”.

Poi silenzio, fino a quando siamo arrivati al centro. Adam era anche lui appena arrivato e ci è venuto incontro contento. “Ti sei ricordata l’iPad per la comunicazione? E il pranzo? Gli serve il pranzo! Avevo portato tutto: alle nove ero già lì a preparargli il suo sughetto preferito per la pasta.

Siamo entrati insieme, e l’iPad di Luca non funzionava perché non avevamo l’wifi e si è subito agitato. “Un attimo, Luca, adesso chiediamo la password!”, gli ho spiegato agitata, ma Adam mi ha detto che no, questo non era il momento di ascoltare la musica. “Secondo me, tu dovresti andare, Marina. Ci penso io”, ha risposto capendo dalla mia espressione e da un’impercettibile lacrima che non sarei stata d’aiuto. Luca si alza dalla sedia, mi viene incontro, e sottovoce mi dice “I love you”, come a dire, stai tranquilla.

Lo abbraccio e esco, ormai piangendo come una bestia.

Ecco. Adesso Luca è un adulto. Adesso è arrivato il momento di lasciarlo andare, di fargli fare le sue esperienze da solo. Ma è un bambino piccolo, Luca. È la persona più vulnerabile del mondo: se rimanesse a casa da solo per una settimana probabilmente morirebbe. Come faccio a dire che è un adulto?

Eppure, ci siamo, a quel varco lì che sembrava un passaggio naturale ma che invece di naturale non ha niente, se non un dato anagrafico che per quelli come Luca non significa assolutamente niente.

Poi ho pensato che comunque, in queste situazioni, Luca se la cava sempre. Sembra così debole e indifeso, ma poi ha una grinta inimmaginabile, una forza sovrumana di adattamento. Trova i lati positivi in qualsiasi situazione, se la fa andare bene e fa innamorare tutti quelli che lavorano con lui.

Sono arrivata a casa, ho parcheggiato e ho pianto ancora un po’, forse anche di una fierezza che solo noi che abbiamo questi ragazzi (individui?) nella nostra vita possiamo capire. È tutto amplificato: il male e il bene, le sconfitte e le (tante) soddisfazioni.

Luca, con quell’Iloveyou me l’ha spiegato meglio di tutti.

Coraggio, campione!

Marina Viola

marinaliena

Leggi Pensieri e Parole, il mio blog:
http://pensierieparola.blogspot.com
Marina Viola porta il quaranta di scarpe. Vive a Boston e ci fa il diario di quella che pensiamo essere l’ altra parte della luna. Che significa per noi autistici vivere negli Stati Uniti? Potete farle anche domande….

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