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Giuseppe da Copertino: il santo con il cervello tanto leggero da riuscire a volare…

Ci sono almeno 200 casi in cui si parla con testimonianze attendibili di uomini capaci di volare. Ci riferiamo a persone di un passato remoto, vissute in epoche in cui l’evidenza scientifica non ci ancorava necessariamente a una legge di gravità. Di questi fenomeni della leggerezza parla Errico Buonanno,  uno scrittore e giornalista che ha raccolto casi e cronache di persone volanti nel suo ultimo libro. E’ un trattato sul valore della “levitas” contrapposto al rigore della “gravitas”, in altre parole di quanto sia difficile vivere una diversità con leggerezza rispetto al rigore di chi è ancorato a una rigida norma. L’eroe di questo libro e S. Giuseppe da Copertino, frate minore che si produsse nella prima metà del 600.



Lo chiamavano “l’idioto” perché di poco cervello, goffo e inadatto anche alle più elementari attività pratiche. Spesso aveva convulsioni o entrava in uno stato di fissità descritto come “imbambolamento”. Aveva però una qualità: riusciva a volare. I confratelli lo portavano in giro per fiere come fosse un fenomeno, persino il Papa volle vederlo volare. Volò pure davanti alla Santa Inquisizione, che per questo suo difetto di pesantezza gli ordinò di vivere segregato. Non fu il solo mistico cristiano a cui era proibito volare, S. Teresa d’Avila si riempiva le tasche di sassi per non dare quello spettacolo di estrema leggerezza che veniva considerato un pessimo esempio. 

Chi ha dimestichezza con ragazzi come i nostri, riconoscerà un’appartenenza del frate leggero di testa e di corpo. Abbiamo figlioli  che forse non volano, ma ogni tanto sfarfallano come se volessero farlo. Non potremmo che scorgere segni a noi familiari nei comportamenti e nelle vicende di questo povero frate, tartassato dai suoi confratelli perché considerato un inetto, ma disprezzato  soprattutto per la sua capacità di farsi simbolo concreto di quella trascendenza che i “normali” riuscivano solo a simulare. Riporto un passaggio del libro di Buonanno in cui la neurodiversità del fraticello volante appare così palese da sembrare il testo di una diagnosi. 


Giuseppe, un ragazzo trasognato, distratto, non aveva compiuto gli studi perché, all’età di sette anni, si era ammalato di un tumore alla natica che lo aveva tenuto confinato in un letto. Era rimasto ritardato.«Fanciullo un poco risentito», ce lo descrive un testimone. Così. La mamma, la buona Franceschina, a dire di don Roberto Nuti, fido cronista del Seicento, lo ammansiva «dicendoli particolarmente che non gl’era figlio, ma che l’aveva trovato in un bosco».(…)Quando raggiunse i sedici anni, provò a lavorare: calzolaio. Un disastro.

Aveva provato a farsi frate. A diciassette anni, i Cappuccini di Martina Franca lo avevano preso come confratello laico, ma anche qui tutto era andato in malora. Se gli dicevano di apparecchiare la mensa, faceva cadere i piatti a terra. Per punirlo, al suo saio legavano i cocci. Era un campione di disastri continui. Scrisse un biografo incaricato dal papa, Padre Domenico Bernino, che quando lo rimproverarono perché, al Superiore, dava ogni volta il pane nero, rispose che non sapeva distinguere il pane nero dal bianco. Se gli chiedevano perché non mangiasse da giorni, secondo il biografo Giuseppe Ignazio Montanari, lui «rispondeva con bel garbo – me ne sono scordato».(…)

Da che sorse «il sospetto, e dal sospetto il concetto, che fosse stolido di mente». Un giorno che aveva un forte male al ginocchio, provò, in gran segreto, a operarsi da solo. Lo salvarono. Poi, letteralmente, lo cacciarono a calci dal convento. Era «inetto a qualsiasi mansione». Il mondo sembrava non essere fatto per lui. Insomma, che c’era di speciale? Era stupido. (…)  Trovò un conventuccio di campagna, la Grottella, e visse nascosto per un anno, da solo, ammalato di dissenteria, in un sottotetto, col sagrestano che gli passava del cibo. Finché uno zio frate non intercedette per lui. Divenne lo sguattero del posto: viveva «lavando i vasi immondi, scopando il Convento, e raccoglieva le immondezze con le mani».

Si impegnava, ma spesso veniva rapito in una specie di assenza: restava impalato, sguardo fisso. Lui li chiamava «stordimenti». E visto che a nulla serviva parlargli, gli altri frati, per scuoterlo, si divertivano a bruciargli le dita. «Con semplicità disse una volta al Cardinal de’ Lauria: Paesano, non sai che mi fanno li Frati, quando mi vengono quei stordimenti? Mi uscano, cioè mi bruciano, le mani e mi feriscono le dita, e mostrogli l’indice tutto ampollato, ed alcuni taglietti in esso, soggiungendo, Vedi, che fanno? e rideva». Rideva.(…)

 In un mondo di santi e peccatori, Giuseppe era un uomo che apparteneva alla categoria di mezzo: gli innocenti e gli imbelli. In un mondo di eroi, uomini d’arme, contadini, lavoratori, mistici e al limite poeti, Giuseppe non era proprio niente. Il monastero era, per lui, uno spazio a parte, dove era stato relegato per pietà, e in cui era felice di campare solo perché gli permetteva di starsene in quello stato inerte – occhi sgranati, bocca aperta – che assomigliava alla preghiera, e invece non era che stupore. (…)

Giuseppe aprì gli occhi, lentamente. Si ritrovò disteso a terra. Le monache stavano d’intorno: provavano solo compassione. Fu allora che avvenne, e fu in un attimo. Frate Giuseppe si irrigidì. «Che cos’ha?». Lanciò un grido. Qualcuno temette si trattasse di nuove convulsioni, ma sbagliava. Stava soltanto per succedere quello per cui Giuseppe era nato. Ciò che speravano succedesse già in chiesa, e la ragione, malinconica, per cui quell’omino veniva trascinato di fiera in fiera, di paese in paese. Perché Giuseppe aveva un potere. Il dono degli uomini svagati, di chi ha la testa tra le nuvole. Degli inetti, gli esclusi, i pasticcioni, i falliti, i bambini, gli stupidi. Di chi non sa stare sulla terra, perché della terra non fa parte.

Giuseppe saltò verso l’altare. Lo videro alzarsi, riatterrare, balzare. Poi non ci furono più dubbi: Giuseppe lo stava facendo davvero. Non c’erano trucchi, e non era illusione. Lo stava facendo con la stessa naturalezza incosciente con cui lo fanno gli animali, le farfalle, gli uccelli, che sono creati esattamente per quello. Senza dover spiegare nulla, senza ragione, né pretese, né niente. Frate Giuseppe sapeva volare. Semplicemente, era fatto così. Ancora in ginocchio, ma sospeso per aria, tra lo sgomento delle suore che ora lo stavano guardando proprio con quegli occhi sgranati con cui lui di solito guardava la vita. Quando atterrò, sembrava molto confuso. «Compatitemi», disse. «Sono difetti di natura». E nient’altro. (Errico Buonanno; “Vite straordinarie di uomini volanti”; Sellerio palermo


A seguire un articolo che ribadisce il concetto del possibile autismo di Giuseppe da Copertino, aggiungendo altri due santi possibili “Cervelli ribelli”

Hanno lottato molto con le loro difficoltà comportamentali, ma hanno perseverato e hanno seguito la volontà di Dio

Il disordine dello spettro dell’autismo interessa milioni di individui in tutto il mondo, e ogni anno viene diagnosticato a un numero sempre più elevato di bambini e adulti. È una condizione caratterizzata da “difficoltà nell’interazione sociale e nella comunicazione verbale e non verbale e comportamenti ripetitivi”.

In passato gli individui con queste caratteristiche erano ampiamente fraintesi e spesso maltrattati. Erano considerati diversi, “strani”, e in casi gravi rinchiusi in istituti per malati mentali.

C’è comunque la speranza che questo difetto apparente possa essere unito alla croce di Cristo ed elevato per diventare un grande beneficio per gli altri. Nel corso dei secoli, ci sono stati molti santi che hanno lottato molto con le loro difficoltà comportamentali, ma hanno perseverato e hanno seguito la volontà di Dio.

Avere scarse informazioni sulla vita di un santo rende difficile emettere una diagnosi certa di autismo (lo spettro dei disturbi autistici è talmente ampio che la diagnosi è complessa anche nelle migliori circostanze), ma ci sono alcuni individui per i quali una diagnosi positiva potrebbe essere probabile. Allo scopo di questo articolo ecco tre santi che, se avessero vissuto nel XXI secolo, avrebbero potuto essere considerati da inserire in questo spettro.

Servo di Dio fra’ Ginepro

Uno dei primi seguaci di San Francesco d’Assisi, fra’ Ginepro era amato da Francesco per la sua devozione e la profonda umiltà, ma secondo i Fioretti di San Francesco Ginepro non capiva sempre gli standard accettati dell’interazione sociale.

Una volta, quando stava facendo visita a un frate ammalato, Ginepro gli chiese se poteva essergli utile in qualcosa. Il frate chiese una zampa di maiale da mangiare, perché gli avrebbe dato grande consolazione. Fra’ Ginepro, sentendosi in dovere di aiutare il frate malato, prese un coltello dalla cucina, andò nella foresta e trovò un gruppo di maiali che stava mangiando. Ne prese uno, gli tagliò rapidamente una zampa e corse in cucina per prepararla (lasciando il resto del maiale nella foresta). All’insaputa di Ginepro, l’uomo incaricato dei maiali era lì a guardare tutto ciò che accadeva e informò subito il padrone della situazione.

Quando San Francesco affrontò fra’ Ginepro, questi non capiva perché il padrone dei maiali potesse essere arrabbiato per ciò che aveva fatto. Nella mente di Ginepro stava compiendo un’opera di carità, e non c’era niente di male nel tagliare la zampa di un maiale per aiutare qualcun altro. Alla fine Ginepro riuscì ad avere la meglio sul padrone irato grazie alla sua umiltà e alla sua semplicità.

Ci sono molte storie simili sull’incapacità di fra’ Ginepro di riconoscere le regole sociali che rendono possibile il suo inserimento nello spettro dell’autismo. Nonostante i suoi difetti apparenti, però, San Francesco diceva “Volesse Dio, fratelli miei, che avessi un’intera foresta di Ginepro”.

Serva di Dio Léonie Martin

Figlia mediana, Léonie era difficile, poco attraente e malaticcia. La madre, Santa Zélie Martin, scrisse una lettera alla cognata dicendo: “Questa povera bambina mi preoccupa. Ha una natura molto indisciplinata, ed è mentalmente sottosviluppata”.

Léonie venne più volte espulsa da scuola perché non rispettava le regole. La sorella di Zélie, che era una suora della Visitazione, si assunse il compito di scoprire come istruire la bambina.

Anche dopo aver tentato vari approcci per comprenderla, Zélie rimase sempre confusa dalla figlia. In una lettera scrisse: “Sono felice di Léonie; se solo potessimo smorzare la sua ostinazione e ammorbidire il suo carattere sarebbe una brava ragazza – fedele e senza paura delle sofferenze che deve sopportare. Ha una volontà d’acciaio; quando vuole qualcosa, lotta per superare ogni ostacolo per raggiungere il suo obiettivo”.

Le lotte di Léonie continuarono durante tutta l’infanzia per poi proseguire nell’età adulta, ma riuscì a perseverare, e incoraggiata dalla sorella Thérèse imparò la “piccola via” della santità. Per via delle sue tante lotte e sfide mentali, la Lega Leonie per il Progresso delle Persone Autistiche l’ha scelta come patrona.

San Giuseppe da Copertino

Nel corso della sua vita, Giuseppe venne ampiamente frainteso e ridicolizzato da tutti. Le sue frequenti visioni e gli accessi d’ira improvvisi lo rendevano oggetto di derisione. Giuseppe era poi assente, problematico ed estremamente sensibile a ciò che lo circondava. Quando a scuola suonava la campanella, saltava e gettava i libri a terra.

A scuola Giuseppe si guadagnò il soprannome “a bocca aperta” perché la sua bocca era sempre spalancata. Leggeva e si concentrava a malapena, e spesso dimenticava di mangiare. Ad ogni modo, a Giuseppe sembrava non importare, e cercava di entrare in monastero nonostante le sue difficoltà. Pensò poi che avrebbe potuto almeno mendicare il pane da francescano, ma non gli andò bene. La comunità non capì né lui né la sua incapacità di portare a termine compiti semplici senza rompere qualcosa, e l’esperimento si rivelò troppo difficile da gestire. Venne espulso dal monastero, ma non avendo un posto a cui rivolgersi Giuseppe tornò e pregò la comunità di prenderlo almeno come servitore. I francescani acconsentirono, inserendolo nel Terz’Ordine e assegnandogli il compito di prendersi cura del mulo del monastero.

Il comportamento gioioso di Giuseppe era contagioso, e col tempo i frati gli diedero una seconda possibilità e gli permisero di entrare nella comunità. Alla fine Giuseppe venne ordinato sacerdote, ed è noto per la sua capacità di levitare mentre celebrava la Messa (gli veniva legata una corda intorno alla gamba di modo che non arrivasse fino al soffitto). Malgrado la sua mancanza di istruzione, il disagio nelle situazioni sociali e l’incapacità di svolgere compiti semplici, Giuseppe era ampiamente noto per la pietà, la semplicità e l’umiltà che lo caratterizzavano.

[Fonte Aleteia.org. Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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