Autismi & Autistici

Perché indignarsi per “The good doctor”? E’ anche lui nella famiglia di noi diversamente cervellati!

Ho visto le prime tre puntate di “The good doctor”, tutte tre in fila da RaiPlay (da qui per chi fosse interessato)  Io l’ho trovate fantastiche. Non ho mai trattato con i guanti la fiction Rai, già ai tempi in cui facevo il critico televisivo, però penso che aver trasmesso questa produzione americana è stata una grande mossa, non solo per l’ascolto, che è stato ottimo, ma per aver portato l’autismo in prima serata, soprattutto raccontato attraverso una confezione di gran lusso, non le solite robette fatte in casa, con storie di preti e tre inquadrature fisse che non cambiano mai, da anni.

Come oramai è noto a tutti la serie racconta la vita quotidiana di Shaun Murphy, un giovane specializzando chirurgo autistico a strepitoso funzionamento. Ha avuto un’infanzia tristissima a Casper, una cittadina nel Wyoming, dove Shaun non si è fatto mancare nulla, padre violento che non capisce il problema del figlio e lo maltratta, compagni di scuola bulli che lo maltrattano pure loro, un fratello amato che muore tragicamente; il secondo terribile lutto della sua vita, dopo la morte del coniglietto che il padre cattivo spiaccica contro il muro di casa.

Il nostro ragazzo studia medicina per salvare le vite degli umani,  quindi sbarca nell’iperfighissimo dipartimento di chirurgia del San Jose St. Bonaventure Hospital. Anche qui nessuno lo prende sul serio, nemmeno vorrebbero ammetterlo proprio perché autistico, e autistico Shaun lo è da manuale. Figuriamoci se gli americani si fanno prendere in castagna e  non ci mettono in scena un perfetto autistico di fascia altissima, con tutte le sue stereotipie e comportamenti atipici. Shaun è però anche un genio, genio vero al limite del superpotere. La rappresentazione delle sue intuizioni è naturalmente iperbolica. Anche farci vedere concretamente la sua visione soggettiva in realtà aumentata iperrealistica e tridimensionale è una maniera efficace per ricostruire i sistemi di percezione e ragionamento di un savant.

Vede come in ologrammi fegati, cuori, cervelli, tumori, patologie e intoppi vari, quindi per lui è uno scherzo surclassare qualunque altro chirurgo dotato di cervello basico e sensi normali.  Immagino che, andando avanti, anche i colleghi invidiosi e i capi cattivi si piegheranno al genio del chirurgo autistico, così  Shaun sarà lo strafigo dell’ospedale e si tromberà anche le dottoresse più avvenenti.

Detto questo il telefilm ha fatto brontolare più di un genitore che si lamenta della visione a senso unico dell’autismo, che potrebbe ingenerare un nuovo effetto “Rain Man”, facendo passare nell’opinione generale che gli autistici siano persone superdotate e quindi che problema c’è per loro? Di cosa si lamentano le famiglie? Tutti vorremmo un figlio incredibile come Shaun. Io stesso padre di un autistico del modello a basso funzionamento dovrei indignarmi e dire “l’autismo non è questo, nessuno splendore ma solo lacrime e sangue!”  Invece non lo dico, anzi trovo che “The good doctor” sia un prodotto, oltre che fatto da dio, anche molto educativo. Shaun combatte ogni istante della sua vita con l’ansia irrespirabile di vivere tra gente aliena, nonostante questo riesce a trasformare una sua “mania” in qualcosa utile a quella gente, è la sua moneta di scambio per essere lasciato in pace. Ha messo a punto un sistema adattivo per vivere nella miglior maniera possibile…Non posso che capirlo.

Certo poi che l’autismo è legione, certo che raccontare un capoccione semimuto e stralunato come il mio Tommy è molto meno glamour, certo che bisogna continuare a divulgare cultura su questo stato particolare del cervello umano che rende molte persone “diverse”,  anche se al primo colpo d’occhio possono sembrare quasi uguali agli altri. Esistono gli Shaun proprio perché esistono anche i Tommy, non serve sbracciarsi a rivendicare la propria fetta di appartenenza nello spettro dei diversamente cervellati, serve difendere il diritto per ognuno di noi a manifestarsi liberamente attraverso il proprio essere balzano, tra gente noiosamente attaccata a un insipido e rassicurante standard emotivo e relazionale.

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