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Un documentario di quando dei cervelli ribelli se ne occupavano le suore

Documentarsi sulla storia della considerazione sociale  delle irregolarità della mente è salutare, ci aiuta a riflettere su quello che si siamo lasciati alle spalle, sull’indubbia civilizzazione che ci siamo conquistati, ma soprattutto ci serve da monito verso i possibili ritorni all’arcaico pietismo antiscientifico che spesso si annusa nell’aria.

“La mamma bianca” , soggetto e regia di Nazareno Taddei, si era aggiudicato nel 1959 un diploma alla X Mostra Internazionale del Documentario di Venezia 1959. E’ un raro documento di come veniva trattata la neurodiversità in quegli anni. Il cartello d’inizio è in tal senso eloquente:

“Nel reparto ss.innocenti a Cesano Boscone (Milano) sono ricoverati bambini dall’intelligenza completamente ottenebrata, persino la scienza ha rinunciato a recuperarli, ma le suore di Maria Bambina li nutrono d’affetto e vivono di speranza.”


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Il film è girato in presa diretta e sonorizzato con lo scandire sconnesso e inquietante di uno xilofono giocattolo,  suonato da uno dei piccoli internati. In sottofondo ogni tanto li levano le urla di qualcuno dei bambini in momenti di crisi, una delle piccole ospiti è ripresa in una fase autolesionista mentre si prende a schiaffi. Interviene la suora e le lega le mani perché non si faccia male mentre quella urla.

In una sequenza anche la diagnosi fatta “sulle carte” di un bambino: “Che mi dice dottore?” Chiede quella che si immagini sia una funzionaria dell’ospizio. “Eh, non c’è niente da fare!” risponde il medico, mentre il soggetto in questione viene inquadrato; è un bambino con il grembiulino a quadretti, divisa dell’istituto. La sequenza finale è pura agiografia: il dottore sconsolato abbassa lo sguardo: la scienza si arrende…Però la suora cuffiona prende in braccio il piccolo pazzerello incurabile e lo porta via…Si intuisce il messaggio: lo curerà lei con l’amore. Il bambino abbraccia la badessa e bacia il crocefisso che lei porta al collo…Sta avvenendo il miracolo? Non si sa, un lungo primissimo piano sul volto sorridente e speranzoso della badessa, ovvero la sua “Mamma bianca”. Quel bambino, che oggi avrà più o meno 65 anni, pare che ancora si trovi in quel posto dove ha passato tutta la vita.

Il documentario nella sua drammaticità è girato in maniera magistrale, anche se il messaggio agiografico  è prevalente, viene da pensare che fine avrebbero fatto quei bambini se non ci fosse stata quell’istituzione a prendersene carico. L’autore Nazareno Taddei  è stato un personaggio illustre nella storia nazionale dell’audiovisivo, era un sacerdote gesuita considerato un precursore della scienza della comunicazione. Fu molto attivo nel fondare centri studi  e ad elaborare teorie sui linguaggi visuali.

Il set è la Casa della Sacra Famiglia, “ospizio per gli incurabili della campagna” fondato da don Domenico Pogliani (attualmente in via di beatificazione) a Cesano Boscone nel 1896. Erano gli anni in cui avere in casa un disabile era motivo di vergogna, e tanto peggio se capitava un figlio un minorato mentale: lo si teneva nascosto. Restava, però, una persona da curare e una bocca da sfamare in quelle povere case di braccianti che vivevano di lavoro duro e anche poco retribuito.

Nel 1955 (il documentario è del 59)  gli ospiti assistiti nelle varie sedi della Sacra Famiglia sono quasi 3500; pochissimi i laici, oltre 100 le suore, suore di carità delle Sante Capitanio e Gerosa, conosciute come suore di Maria Bambina, riconoscibili per la loro caratteristica cuffia nera.

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