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Diciamocelo: è ora che pensiamo al dopo di noi!

«Che ti ha detto la dottoressa, mamma?». Per la prima volta mia figlia ha abbandonato le sue ossessioni, le voci che le fanno compagnia e interagiscono con lei per preoccuparsi della mia salute e di ciò che potrebbe capitarle se io mi ammalassi.

Non è stato facile neanche per me analizzare freddamente quel dolore al petto così particolare, insorto in pieno benessere, e superare la convinzione di essere indistruttibile e forse, perché no, anche immortale. I primi accertamenti diagnostici sono stati negativi e questo ha restituito il sorriso e la serenità a Benedetta. Immediatamente tutte le voci sono state liberate e hanno festeggiato per lo scampato pericolo.

Questo episodio mi ha fatto riflettere sul dopo di noi e su come, a questa età, sia importante incominciare a pensarci e a considerarlo una priorità. Ogni genitore ci riflette razionalmente, ma in maniera inconscia tende a rifiutarlo con una serie di atti mancati sui quali Freud ha ampiamente dissertato. C’è sempre qualche altra cosa da fare prima, certi che non ce ne sia l’urgenza.

Deve aver riflettuto in tal senso una madre vedova con figlio autistico adulto, ricoverata d’urgenza nel cuore della notte e con scarse possibilità di salvezza. La situazione di estrema criticità ha sconvolto la vita del figlio che si è trovato di fronte alla possibilità di rimanere orfano e di essere preso in carico ai servizi sociali che lo avrebbero inserito in una struttura protetta.

Al di là dello scombussolamento della routine che si sa essere un elemento scatenante, il ragazzo, con discrete capacità cognitive e buona autonomia, è andato in crisi d’ansia, una reazione normale in qualsiasi figlio attaccato alla madre ma che, quando capita ad una persona autistica, sembra spaventare tutti, anche i medici dell’ospedale i quali, giusto per rincarare la dose, hanno minacciato un TSO. Un atteggiamento scellerato, superficiale, come tutti i tentativi di azzerare comportamenti difficili con l’uso e l’abuso degli psicofarmaci.

La situazione si è risolta brillantemente perché la donna ha superato la criticità. Questa emergenza ha risvegliato le competenze del ragazzo, mai usate prima d’ora perché non ce ne era stato bisogno e perché la madre anticipava ogni sua iniziativa spontanea. Ha chiesto ed ottenuto di poter rimanere nella sua casa con la supervisione di un educatore che andava tutte le mattine per aiutarlo. Si sentiva un uomo in grado di badare a se stesso e questo gli aveva dato la giusta motivazione per andare avanti nonostante la paura. E’ stato sostenuto dall’affetto di altri pazienti in carico al Centro di Salute Mentale (CSM) mettendo in moto un abbozzo spontaneo di auto-mutuo-aiuto, utile per aprirsi all’esterno e non essere concentrati solo sulle proprie disgrazie. Il classico prendere due piccioni con una fava. Allo stesso tempo i servizi sociali e i responsabili del CSM hanno potuto sperimentare che è possibile percorrere altre strade e utilizzare i farmaci solo dopo averle provate tutte.

Questa circostanza ha permesso di rivalutare il ruolo importante della relazione in tutti i disagi psichici. È questa l’eredità di Basaglia che tutta l’Italia si appresta a festeggiare, senza aver mai pensato in questi quaranta anni di intraprendere una vera rivoluzione culturale. Ma non è mai troppo tardi per iniziare a farla.

Gabriella La Rovere

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