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Quando noi “cervelli ribelli” eravamo chiamati “Idioti” e “Imbecilli”

Una testimonianza di quando anche noi autistici eravamo chiamati “Idioti ed imbecilli” è nel bel libro fotografico  dedicato al  manicomio, o Ospedale Psichiatrico di San Niccolò, fu fondato a Siena nel 1818. (Idioti ed imbecilli Bambini in manicomio a partire dal 1880 a cura di Costante Vasconetto) Riportiamo l’introduzione del curatore Costante Vasconetto, la lettura serve soprattutto a capacitarsi di come anche la civilizzazione dell’uso delle parole per definire la neurodiversità sia specchio di un diverso modo di concepire il diritto a una vita inclusiva per i “cervelli ribelli”.

L’istituzione era ospitata in un antico palazzo, un monastero, costruito molti secoli prima. All’origine infatti era un convento per monache di clausura, abituate a vivere quasi sempre da sole, isolate. Ciascuna chiusa dentro la sua piccola cella, quasi imprigionata, a pregare. Da allora, cioè duecento anni fa, al posto delle “suore” dentro le celle vennero rinchiusi i “matti”.

I matti sono una strana categoria di persone, difficili da definire. Che hanno poi, proprio per questo, tanti nomi diversi. Si possono chiamare anche MENTECATTI (mente captus, che in latino vuol dire “privo di senno”). Ma si usa anche la parola FOLLE, PAZZO, MANIACO, ALIENATO MENTALE, DEMENTE, LUNATICO; e poi anche “strullo”, “deficiente”, “sciroccato”, “balordo”, “imbecille”, “sciabordito”, “scapestrato”, “sconclusionato”, ecc.

I bambini “matti” sono stati rinchiusi in Manicomio a Siena per la prima volta nel 1880. Erano piccoli frenastenici, come si diceva allora, maschi, ai quali si poteva dare almeno un rifugio, forse un nido, o soltanto una tana, e poco più. Ma nel 1911 viene inaugurato a Siena l’Istituto D’Ormea. Il primo del genere in Italia, con gestione del tutto autonoma rispetto all’Ospedale Psichiatrico degli adulti. Fu un notevole passo avanti nella “cura” dei minori con difficoltà e disagi comportamentali. Non erano più abbandonati a loro stessi, soli in locali squallidi tutto il giorno. Ma ci furono medici, infermieri, e insegnanti a “prendersi cura” di loro. Ad aiutare veramente bambine e bambini disagiati.

C’erano la scuola e i laboratori: per imparare a leggere, scrivere e far di conto e, se possibile, un mestiere. I risultati? Quasi la metà vennero dimessi dall’Istituto guariti o migliorati. Degli altri una parte fu trasferita ad altri istituti per compe7 tenza territoriale, una parte passò al manicomio vero e proprio. Ma di questi, quasi tutti furono poi dimessi e rimandati a casa. Per i minorenni “psichicamente anormali” alla fine dell’Ottocento e per tutto il Novecento, non vi erano “cure” specifiche e risolutive. E Siena, in quegli anni, faceva per i bambini “disturbati” quello che, al giorno d’oggi, non viene ancora fatto in quasi tutti i paesi del mondo.

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