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Gli spazi e i percorsi “only autism friendly” creano segregazione. Sempre meglio l’inclusione reale

Recentemente sul quotidiano inglese “The Guardian” è uscito un editoriale di Rhiannon Lucy Cosslett incentrato sul tema dell’intolleranza e discriminazione al teatro e al cinema nei confronti di spettatori dello spettro autistico. Ovviamente da parte di altri spettatori “normodotati” insofferenti. In un caso la Cosslett raccontava un’esperienza successa in teatro a suo fratello autistico aggredito verbalmente da uno spettatore che lo accusava di disturbare con un cattivo comportamento. Fortunatamente l’intervento immediato del caregiver del ragazzo ha messo subito a tacere l’uomo che, anzi, si è trovato contro tutta la platea.

L’altro episodio, più recente, riguarda Tasmin, 25 anni Asperger, rea di aver riso troppo forte durante la proiezione di un film. Alcuni presenti le hanno urlato contro apostrofandola perfino “puttana” e “ritardata”. La ragazza e rimasta choccata anche perché quel film era (ed è) il suo preferito. L’aveva già visto sette volte e praticamente lo conosceva a memoria. Quel giorno Tasmin compiva gli anni e come regalo era andata al cinema a rivederlo. Tutto questo per dire che l’inclusione degli autistici (per lo meno nel Regno Unito) nei luoghi pubblici come teatro e cinema registra ancora qualche problematicità nonostante abbia fatto dei passi da gigante rispetto al periodo in cui il fratello della Cosslett e la povera Tasmin erano bambini.

L’articolo ha suscitato reazioni tra le quali una lettera inviata al “The Guardian” da Rita Jordan, professoressa emerita in Studi sull’autismo all’Università di Birmingham. La Jordan introduce un concetto che sarebbe importante recepire anche in Italia, dove solo recentemente e timidamente, si cominciano ad attivare progetti “autism friendly” al cinema con la proiezione “in ambiente protetto” di film per i bambini dello spettro autistico. Per protetto s’intende luci meno “sparate”, rumori attutiti ecc. Insomma tutte quelle accortezze per evitare di  iperstimolare sensorialmente gli autistici presenti in sala. La Jordan,poi, sottolinea che ultimamente in molte conferenze sull’autismo  questi “spazi a parte” sono stati messi in discussione perchè vanno bene per alcuni autistici ma non possiamo considerarli moduli universali e comuni per tutti. Ci sono gli autistici che hanno difficoltà ad affrontare le luci fluorescenti o le fonti luminose e altri che all’ opposto sono disturbati e disorientati dalle luci troppo basse, specialmente se creano delle ombre. Alcuni sono eccitati ed estremamente a loro agio, altri sono disorientati e impauriti.

Il pericolo però è che questi “aggiustamenti” autism friendly anziché incentivare l’inclusione degli autistici nella società l’effetto paradosso di una segregazione più grande.  E poi, si chiede Jordan,  questi “spazi speciali per autistici” potranno  incrementeranno l’intolleranza?

La maggior parte delle cose che danno fastidio agli autistici infastidiscono tutti noi. Anche a noi non piacciono i corridoi dei supermercati stracolmi di gente, la musica sparata a tutto volume, gli indesiderati, gli sgradevoli annunci pubblicitari urlati dagli altoparlanti ecc. E allora, per la professoressa Jordan, sarebbe meglio dire che ciò che rende migliore la vita degli autistici, producono gli stessi benefici anche a tutti gli altri. Allora che si facciano queste migliorie così non sarà più  necessario dovere creare spazi segreganti o percorsi separati.

 

 

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