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Anche “Lo straniero” di Camus è un cervello ribelle!

Un articolo pubblicato su Psychology Research and Behavior Management scritto da Sam Shuster, professore emerito di dermatologia all’Università di Newcastle upon Tyne, valuta con altri occhi il romanzo “Lo straniero” di Albert Camus.

L’étranger di Camus é la prima descrizione di un uomo con la sindrome di Asperger

È il racconto in prima persona di Meursault, personaggio alquanto strano che uccide un arabo senza un valido motivo, se non un gesto reattivo all’abbaglio del sole sulla lama del coltello della vittima. Meursault sarà condannato a morte non solo per l’omicidio, ma per la sua indifferenza e per una condotta alquanto strana. Lo si capisce dall’incipit del romanzo: Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so.

Il prof. Shuster avanza l’ipotesi che Meursault sia in realtà un Asperger. Il romanzo fu pubblicato nel 1942, due anni prima l’uscita del saggio di Hans Asperger che diventò il punto di riferimento per la descrizione dei sintomi dell’autismo.

Una ricerca nelle biografie sullo scrittore ha portato ad affermare che per il personaggio principale Camus si sia ispirato all’amico Pierre Galindo, descritto come uomo molto intelligente ma strano, flemmatico, di poche parole. Si racconta che ad una festa di Capodanno non aprì bocca per tutta la serata.

Questo articolo pone fine ad anni di analisi e discussioni letterarie sul significato dell’opera. Si è parlato di estraneità dell’uomo alla società, all’intero universo; si è descritto il protagonista come indifferente, vuoto, concentrato sui propri piaceri e desideri.

L’articolo di Shuster non vuole banalizzare la dotte elucubrazioni di critici letterari, ma offre un altro punto di vista e indirettamente sottolinea, semmai ce ne fosse bisogno, la straordinaria capacità dello scrittore di descrivere il pensiero e le azioni di Meursault.

Si capisce che ha una alterata percezione sensoriale, come descritto in vari momenti e che sarà la causa involontaria dell’omicidio.

Sono rimasto accecato dalla luce violenta e improvvisa. Gli ho chiesto se si poteva spegnere una delle lampadine: lo sfolgorio della luce sulle pareti bianche mi stancava.

Ho sentito i miei occhi affaticarsi a guardare i marciapiedi con il loro carico di uomini e luci.

L’arabo ha estratto il coltello e me l’ha presentato nel sole. La luce ha balenato sull’acciaio e fu come una lunga lama scintillante che mi colpisse alla fronte.

Meursault è un uomo apparentemente senza emozioni e la prima parte del romanzo trasmette un’indifferenza che infastidisce e sulla quale si è molto discusso. Ma si tratta del pragmatismo di un cervello ribelle la cui giornata è una sequenza di azioni, sempre le stesse in quanto la routine è tranquillizzante.

Ho preso l’autobus alle due: faceva molto caldo. Prima ho mangiato in trattoria, da Celeste, come al solito.

Ho ritagliato una reclame dei Sali Krusche e l’ho incollata su un vecchio quaderno dove metto le cose divertenti che trovo sui giornali.

Meursault non ha la percezione del tempo, non ricorda quanti anni abbia la madre, capisce che è l’ora di cena guardando il rapido svuotarsi della strada e l’accendersi della luce dei lampioni.

Le parole di ieri e domani erano le sole che conservassero un senso per me.

Non sapevo, prima, fino a qual punto i giorni possono essere lunghi e corti allo stesso tempo.

La sua sincerità è scioccante. Al principale che gli propone di andare a Parigi a lavorare e se gli interessava un cambiamento di vita, risponde che non si cambia mai vita, che del resto tutte le vite si equivalgono e che la mia, così com’era, non mi dispiaceva affatto. Parigi stessa è descritta con poche laconiche battute. È sporco. Ci sono dei piccioni e dei cortili bui. La gente ha la pelle bianca.

Anche in amore Meursault non fa sconti. La sera Maria è venuta a prendermi e mi ha domandato se volevo sposarla. Le ho detto che la cosa mi era indifferente, e che avremmo potuto farlo se lei mi voleva (…) ha osservato che il matrimonio è una cosa seria. Io ho risposto: No. In realtà non sa cosa sia essere innamorato, le sue sono solo pulsioni erotiche che riescono ad avere soddisfacimento.

Meursault è dapprima rinchiuso in cella con degli arabi. Quando gli chiedono il motivo per il quale si trova in carcere, lui risponde Ho ucciso un arabo. Il silenzio che segue sconvolge più il lettore che il protagonista.

Il paradosso è un ulteriore elemento di analisi del personaggio. La persona autistica non decodifica il paradosso e se fa parte del linguaggio parlato, può scatenare una reazione di tipo schizofrenico, se non il cosiddetto comportamento problema. Io stavo ad ascoltare e sentivo che mi giudicavano intelligente. Ma non capivo bene come le buone qualità di un uomo normale possono diventare capi d’accusa schiaccianti contro un colpevole.

Anche la metafora, come principio astratto, non percepibile con i sensi, non quantificabile, viene liquidata con poche battute. Al prete che gli dice tutte queste pietre trasudano dolore, lo so (…) i più miserabili di voi hanno visto sorgere dalla loro oscurità un volto divino, lui risponde che non aveva visto nulla sorgere dal sudore di quelle pietre.

La morte, che dapprima è legata alla madre, nel momento in cui è così vicina per lui, diventa lo spunto per rivivere tutto. Davanti a quella notte carica di segni e stelle, mi apro per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo.

La rilettura del romanzo di Camus ci consente di dire che Meursault è estraneo al resto degli uomini. Allora come ora, la persona autistica è straniero tra i suoi simili.

Gabriella La Rovere

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