Autismi & Autistici

Quel sorriso di Wile Coyote sospeso in aria, tipico da madre d’autistico

Ci sono volte nelle quali abbiamo pensato che un curdlen potesse essere d’aiuto. Chi è della Romagna sa perfettamente che si tratta di una collana, formata da diversi fili di seta colorata, utilizzata negli esorcismi. Il culto appartiene a San Vicinio di Sarsina e il pellegrinaggio a piedi verso la chiesa rappresenta l’unico possibile rimedio a chi è perseguitato, anche dalla sfortuna. Credo che sia un’ottima idea che io cominci già ad incamminarmi!

Per ben due volte nel giro di due settimane ho bucato un pneumatico. Niente di così grave se entrambe le volte non avessi avuto mia figlia con me. Imprevisti di questo tipo sono in grado di buttare alle ortiche anni e anni di insegnamento; i metodi Teacch e Aba lasciano il tempo che trovano e tutto torna ai primordi. Nel giro di 20 minuti viene rappresentato ogni aspetto del comportamento autistico senza possibilità di mettere un freno a esternazioni che ormai avevi messo nell’angolo più remoto dei ricordi.

Cosa fare? La cosa più importante è mantenere la calma anche quando ti accorgi che sì, porca miseria, hai bucato e che ti trovi distante dal successivo casello autostradale, in mezzo al nulla, con le case molto lontane dal guard rail. Mantieni un sorriso simile a Wile Coyote, sospeso in aria, con il paracadute rotto e il grosso masso che gli sovrasta la testa.

Alla domanda lecita «Perché ci fermiamo, mamma?» bisogna tergiversare e proporre risposte che vogliono prendere tempo, tipo «Ho sentito un rumore», oppure «Voglio controllare se ho preso la valigia». Talvolta funzionano, ma non sempre. Quando la giornata deve andare in vacca, non funzionano da subito e si innesca l’inesorabile meccanismo ad orologeria che porta alla deflagrazione emotiva.

Quale è il comportamento giusto? Continui a procedere lentamente verso la prima colonnina SOS dopo aver inserito la sicura mentre già le urla ti trapanano il cervello. Non bisogna mollare il sorriso mentre ripeti come un mantra “Non ti preoccupare, andrà tutto bene» non sapendo se lo dici più per te o per lei. Come da copione, la colonnina SOS non funziona e a quel punto, mentre in tutta la valle echeggia un solo grido «Voglio tornare a casa mia in Umbria!», chiami la polizia stradale.

Non c’è bisogno di spiegare che ti trovi in una situazione di emergenza perché ci pensa tua figlia che snocciola una serie di parolacce, alcune delle quali totalmente inedite. Ti scusi perché vuoi evitare la denuncia per oltraggio, è già sufficiente il pneumatico forato. Chiedi a mezza voce un aiuto immediato mentre nell’abitacolo le urla sono frammiste al pianto disperato.

È quando la conversazione finisce che devi dare il meglio perché c’è l’ulteriore attesa dei soccorsi. Pensi a tutti i film nei quali il supereroe arriva con gli stivali delle sette leghe, oppure si butta giù dall’elicottero che casualmente passa da quelle parti. Sai che non avrai questa fortuna e quindi cominci a parlare ricordando episodi piacevoli della sua infanzia fino ad arrivare a Harry Potter, alle magie e al suo coraggio.

Come sempre, funziona. Il pianto cessa ma questo non significa che la situazione sia completamente risolta perché c’è ancora tanto da attendere, ben venti minuti e un’altra telefonata alla polizia per accelerare i soccorsi o per chiedere che qualcuno di loro venga ad aiutarti. Finalmente il carro attrezzi arriva ed è una bella magia essere sollevati e scarrozzati fino al gommista.

Nei giorni successivi mia figlia ha ricordato a parenti e amici la sua esperienza e come l’abbia superata. Ma se la fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo e ieri, mentre parcheggiavo, una signora mi ha fatto cenno che avevo una gomma a terra. Con l’angoscia nel cuore ho chiesto se diceva a me, mi sono anche girata per vedere se c’era un’altra auto. Niente. A quel punto ho fissato sul volto il sorriso di Wile Coyote sospeso in aria, senza paracadute, con il masso che lo sovrasta e in mano un cellulare.

Gabriella La Rovere

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