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La vicenda “casale delle arti” vista da un’autistica

 La storia della possibile polemica strumentale sollevata da qualcuno, vicino al Comune di Roma, per la nostra richiesta di una soluzione concreta per il “Casale delle Arti”, mi fa capire molto chiaramente una cosa: nonostante ormai si parli di autismo anche nelle trasmissioni di cucina, è evidente come non sia ancora chiaro a nessuno il nostro differente modo di funzionare.
Premetto che la mia non intende essere un’accusa: se buona parte dei medici nel 2018 non sa ancora riconoscere l’autismo, perché dovremmo pretendere che un politico abbia una cultura particolare in materia?
Eppure, se solo ci osservaste con un minimo di attenzione, vi rendereste conto che noi abbiamo talmente poco interesse nelle umane vicende, che una polemica elettorale mirata è l’ultima cosa che potrebbe venirci in mente. Se così non fosse, tra autistici e loro familiari, avremmo ormai i numeri per spostare a piacimento il risultato elettorale; molto più di tassisti, notai, annessi e connessi, cui prestate particolare attenzione.
Quello che interessa ad un autistico invece – a qualsiasi livello di funzionamento – è raggiungere uno scopo che lo faccia vivere meglio. E poiché di solito almeno uno dei genitori ne condivide alcuni tratti, il tifo da stadio risulta essere assente nelle nostre famiglie. Abbiamo tanti difetti, ma sappiamo essere più obiettivi di chi autistico non è. Si rassicuri pertanto la Sindaca Raggi: nessuno di noi proporrà di farla “Santa subito”, ma nemmeno di crocifiggerla in Campidoglio, due estremi molto di moda in questo periodo. Alla fine del suo mandato, noi la giudicheremo esclusivamente per quello che avrà fatto di buono e di cattivo.
Provate ad ascoltare i discorsi dei terrestri sui mezzi pubblici o nelle sale d’aspetto: vertono sempre su “persone” e su conseguenti lamentele che le riguardano. “Lui ha detto questo”, “io ho risposto quest’altro”, e così via, in una serie di rivendicazioni che lasciano il tempo che trovano.
A noialtri autistici tutto questo non interessa. Un Asperger per esempio non parlerà mai male del collega, anche se fastidioso e non sto dicendo che discutiamo solo di massimi sistemi: ma è più facile che ci infiliamo in una assurda conversazione sulla velocità di accelerazione del tonno, che sfiora quella della Lamborghini, piuttosto che lamentarci della suocera.
È vero, spesso le emozioni ci sovrastano, dando luogo a spiacevoli reazioni oppositive: ma se questo è causato incidentalmente da voi, è solo perché – vostro malgrado – create una situazione oggettiva per noi insopportabile: troppo rumore, troppa confusione o cose così. Non è mai per qualcosa di “personale”.
Mi permetto pertanto di suggerirvi di dare un taglio a questa inutile polemica: se il fatto di sbloccare il Casale delle Arti può dare una mano anche a voi [e mi pare che al tavolo sedessero persone appartenenti a più di uno schieramento], questa è una ragione in più per farlo entro il 4 marzo.
Ma evitate ogni dietrologia, perché non ci azzecca: non solo i genitori di autistici non hanno il tempo di vedervi litigare in TV, ma – francamente – nemmeno sono interessati.
È un fatto genetico, prendetene atto: da un punto di vista medico-scientifico si chiama “incapacità di fare small talk”. In soldoni significa che l’interesse che nutriamo nei vostri confronti è puramente funzionale ai nostri [in questo caso sacrosanti] obiettivi: figuriamoci se ci viene in mente di parlare pubblicamente male di qualcuno, per antipatia!

Silvia Totino

silvia totinoInformatica con una diagnosi di Asperger, vive principalmente a Milano. Condivide un appartamento part-time con un figlio non ufficialmente autistico, ma selvatico e silenzioso al punto giusto, con un interesse fisso spropositato per i motori.
È molto arrabbiata con tutti quelli che – grazie alla sua capacità di adattamento – insistono nell’ignorare la sua diversità anche quando porta loro dei benefici, rendendole così la vita decisamente più complessa.

 

 

 


 

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