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Francesca Raimondi: anche per gli autistici la musica è gioia non terapia

Abbiamo più volte qui affrontato il tema della “creatività terapeutica”. Il particolare su quella che ancora molti chiamano “musicoterapia”. Ci sembra a tale proposito utile, come integrazione a quanto già scritto, riportare all’attenzione di chi ci legge il breve saggio che una giovane e appassionata insegnante di musica, Francesca Raimondi, ha pubblicato nel suo blog “La Musica è gioia”, ricevendo anche il sarcasmo di chi le ricorda la solita tiritera: “che è solo grazie alla ricerca e ai suoi coraggiosi pionieri controcorrente che la scienza ha sempre fatto, e può ancora fare, i suoi passi in avanti. Le auguro dunque l’illuminazione necessaria affinché anche lei possa disporsi in tal senso.” Che naturalmente è la magica formuletta che permette a ogni analfabeta funzionale di applaudire come pioniere di una “scienza alternativa” ogni incantatore di serpenti o venditore di elisir di lunga vita.  Invece Farncesca tiene duro e continua a lavorare con i suoi ragazzi, neurodiversi e non, insegnando loro la musica senza prendere alcuna “guarigione”. 


Musica e autismo: perchè la musica dev’essere terapia?

Francesca Raimondi

 

Quando si parla di attività rivolte a persone con disabilità, sempre più spesso leggo definizioni delle proposte particolari e fantasiose, come se quella attività, che sia musicale, sportiva o artistica, dovesse essere diversa e differenziata nei contenuti solo perchè destinata ad allievi con difficoltà.

Il nuoto diventa “terapia in acqua”, lo sport “velaterapia”, “baskin” o “calcio inclusivo” …. un corso di pittura diventa “arteterapia” … L’attività musicale si chiama “coinvolgimento sinfonico e orchestrale”, “il suono che cura”, “riabilitazione tramite la musica”…

Non sono tanto le iniziative in sè che non condivido, quanto il modo in cui vengono proposte e gli obiettivi che si pongono.

A mio parere, intanto, considerare “terapia” tutto ciò che viene proposto alle persone disabili è sbagliato ed anche fuorviante, perchè alimenta false speranze ed aiuta a credere nei miracoli. perdendo di vista gli obiettivi di acquisizione di competenze reali, concrete e spendibili nella vita quotidiana.

Inoltre, secondo me non sarebbe necessario cambiare nome e contenuti a queste attività per renderle accessibili, ma basterebbe cambiare modalità di insegnamento, adattandole alla persona che abbiamo davanti, che abbia una disabilità oppure no.

Ognuno è una persona a sè ,ed un insegnante deve essere consapevole delle caratteristiche di ogni studente per essere in grado di trasmettere competenze in modo efficace.

Quindi se fossimo in grado di vedere una disabilità come un insieme di caratteristiche, comportamentali, emotive, fisiche, cognitive, psicologiche ecc, e non come qualcosa di strano, spaventoso o disorientante, faremmo un grande favore ai bambini con cui lavoriamo ed anche a noi stessi, perchè lavoreremmo con molta più facilità, naturalezza ed efficacia.

E’ davvero inutile inventare percorsi o attività “diversi” per persone disabili, nella convinzione che quelli “normali” non siano a loro accessibili, perchè non è vero.

E’ la modalità di insegnamento che fa la differenza, non i contenuti.

Se chiamiamo il teatro “drammaterapia” o la musica “coinvolgimento orchestrale” non li rendiamo più semplici nè più inclusivi, ma anzi, non facciamo altro che sottolineare la differenza tra le persone “neurotipiche” , che possono nuotare, andare in bibicletta, recitare, suonare davvero, e quelle “disabili” che, per definizione, possono avere accesso solo ad un “surrogato” di questi apprendimenti.

Comunque non tutti i bambini che iniziano un corso diventeranno sportivi, musicisti o attori, ma questo non dovrebbe essere comunque l’obiettivo principale con il quale far intraprendere un’attività ad un bambino. Un livello base di apprendimento in qualsiasi campo è accessibile a tutti, basta saper insegnare, e soprattutto non pensare che, se la persona che abbiamo davanti ha una disabilità o una difficoltà, per lei un’attività debba per forza essere “curativa”, “riabilitativa” o risolutiva di qualche lacuna.

Perchè tutti possono avere il piacere di imparare qualcosa, e riceverne sicuramente benefici e vantaggi, ma senza che tale attività debba per forza essere “terapeutica”.

I sostenitori di questo approccio, però, di solito obiettano dicendo che loro vogliono che il loro lavoro sia terapeutico, e motivano questa scelta con esempi che proverebbero i “miglioramenti” avvenuti nei “pazienti” grazie al loro intervento.

In alcuni articoli di musicoterapia leggo, ad esempio, che un bambino con autismo ha dimostrato una “migliore sintonizzazione affettiva” improvvisando – leggi ; schiacciando a caso i tasti del pianoforte- in risposta all’improvvisazione del terapeuta.

Sì, in realtà però è assolutamente casuale che un bambino, autistico o no, schiacci i tasti di un pianoforte, se lo fa una volta su dieci, inoltre, non c’è proprio nulla di “relazionale” in questo comportamento, ed il massimo della competenza che io vedo in questa scena è relativa, semmai, alla capacità di prendere il turno, competenza quindi molto molto più di base rispetto alla grandiosa “relazione” millantata da questo terapeuta.

Oppure che “per i bambini meno colpiti (testuali parole!!!), la musica può servire da tramite per la comunicazione verbale. Ad esempio, tutta la mia comunicazione con un bambino Asperger era fatta di canzoni… se inizio a parlare con un tono di voce normale, lui perde l’attenzione, inizia ad autostimolarsi e se ne va”

Fantastico …. peccato che una persona Asperger sia ASSOLUTAMENTE in grado di parlare in modo corretto e funzionale, spesso anche di conversare, e che sia gravissimo e scorretto permettergli di non partecipare ad una conversazione, di andarsene e di parlare solo cantando!!

Proprio perchè è una competenza che lui ha e deve, semmai, solo rendere più adeguata al contesto sociale in cui si trova, abilità che gli va INSEGNATA con un training specifico sulla conversazione, non certo cantando con lui!

In un altro articolo sulla musica in gruppo, leggo : ” La peggior cosa che si possa fare con un bambino (autistico) è lasciarlo seduto ad aspettare senza far nulla mentre gli altri suonano”.

Certo, perchè nella vita non dovrà mai aspettare il proprio turno, è autistico, quindi è scusato, può fare ciò che vuole, non è in grado di aspettare!!

Tra l’altro, questa frase è in aperta contraddizione con tutto il presunto lavoro sul turno effettuato in “terapia”, nel quale l’apprendimento del turno è casuale, ma poi non viene incoraggiato negli altri momenti dell’incontro, anzi, viene scoraggiato ed impedito.

Infine, tutta l’enfasi sulla libertà e sull’improvvisazione musicale come strumento di relazione è addirittura pericolosa e porta a grandi difficoltà per una persona con autismo.

Un musicoterapeuta scrive:

Attraverso il “gioco” improvvisativo musicale, dove non ci sono regole restrittive e si è in balia dell’imprevedibile, si creano quegli attimi di ascolto in cui l’altro, tramite uno sguardo o un movimento, ci farà capire che è comunque presente, che non riesce a nascondere di essere sensibile al “bello” e ci mostrerà come abbia bisogno di quella cosa cosi impalpabile ma potente che è la musica.

A parte l’allucinante insieme di stereotipi ( “è presente” … come se un bambino autistico non lo fosse…. è sensibile al bello” … ma no??), non c’è nulla di più confusivo e disorientante per una persona con autismo della mancanza di regole e dell’imprevedibilità.

L’assenza di regole, di una struttura e di un programma, quindi, manda in confusione totale un bambino esposto a questa situazione, e rende più probabili meltdown, comportamenti problema e manifestazioni di ansia o comportamenti di evitamente della proposta.

Altri musicoterapeuti affermano che la musica serve al bambino per “esprimere sè stesso”, ma esprimersi attraverso la musica senza saper suonare è come esprimersi verbalmente senza essere in grado di parlare. Anche senza considerare l’ossimoro costituito da questa frase, il massimo che si potrebbe ottenere sarebbe una comunicazione incomprensibile, confusa, senza significato e casuale, come è infatti l’ “improvvisazione” data dallo schiacciare casualmente i tasti del pianoforte o dal pizzicare le corde di una chitarra senza avere idea di come si suona.

E’ come parlare senza parole, costruire una frase senza regole grammaticali o scrivere le parole saltando delle lettere.

A mio parere questa non è espressione di sè nè comunicazione, perchè non esprime nulla e, in realtà, non deriva da un intento comunicativo, ma è solo un gioco per il bambino, che appunto non ha in questo modo i mezzi e gli strumenti per esprimersi.

Un bambino che non parla, infatti, senza dubbio comunica, ma di certo non esprime completamente sè stesso, perchè non ne ha gli strumenti, e proprio per questo è fondamentale darglieli… con i segni, la CAA, ove possibile le parole, magari anche con la musica , ma insegnandogli a suonarla, prima.Credo che il concetto cardine di questo discorso sia relativo alla visione che si ha di una persona con disabilità e, ricollegandomi agli esempi che ho fatto, in particolare con autismo : se noi consideriamo un bambino autistico come un “essere speciale”, diverso da noi, lontano ed irraggiungibile, perso nel “suo mondo” nel quale dobbiamo “entrare” – guarda caso, visione “magica” e romantica di gran parte dei “terapeuti” che ho citato-, allora è lecito voler fare delle “magìe” per entrare nella “bolla” in cui questo bambino è rinchiuso, per comunicare con lui con modalità “alternative” e fantasiose, senza preoccuparci di rendere il nostro intervento concreto e mirato, intanto l’importante è la “sintonizzazione affettiva”, la tanto millantata “relazione” che magicamente “guarisce”.

Se, invece, vediamo un bambino per quello che è …. e, quindi, un bambino e basta, magari con caratteristiche diverse dalla maggior parte dei bambini, ma sue, che però non lo rendono speciale, magico o irraggiungibile perchè “perso nel suo mondo” …

e se capiamo che anche lui vive nel nostro stesso mondo e, quindi, ha bisogno di strumenti per poterne far parte attivamente, allora capiamo che non c’è bisogno di inventarsi terapie prive di concretezza nè interventi o attività apposta per lui.

Ma basta rendere accessibile a questo bambino le attività che esistono già e che svolgono tutti gli altri bambini, basta aiutarlo ad apprendere le abilità che ancora non possiede tramite un insegnamento adatto al suo modo di apprendere.

Basta dargli la possibilità di vivere nel mondo reale insieme agli altri.


 nel suo blog “La Musica è gioia” definisce così il suo lavoro: 
Sono un’insegnante di musica con lo scopo di far crescere i bambini, fin da piccolissimi ed anche con difficoltà e disabilità, attraverso la pratica musicale attiva vissuta con gioia, entusiasmo e come un gioco, in condivisione con i genitori e la famiglia.
La musica aiuta a crescere più sereni, capaci, competenti, intelligenti e sensibili, in altre parole rende le persone migliori e felici. In particolare quando i bambini hanno difficoltà o uno svantaggio di partenza, l’apprendimento di uno strumento può davvero migliorare la loro qualità di vita.

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