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Comportamenti problema: chi condanna e chi sopporta, ma chi risolve?

Silvia Totino è una delle persone che più ci segue attivamente in questo spazio. E’ tra le poche  a intervenire nei post, sempre con competenza ed equilibrio. Conosce bene l’autismo perchè lo vive sulla sua pelle,  ha un figlio maggiorenne, svolge la professione di programmatrice, gestisce la sua quotidiana consapevolezza di donna Aspeger, diagnosticata in età matura. Abbiamo chiesto a Silvia di aiutarci a focalizzare, dal suo punto di vista neurodiverso,  gli aspetti più controversi e difficilmente affrontati in ogni narrazione sull’autismo. Inizia a farlo qui con una personale osservazione su come venga generalmente affrontato lo spinoso argomento dei comportamenti problema. C’è chi vorrebbe nasconderli, chi li considera come una molestia da sopportare in nome dell’inclusione, chi non sa nemmeno leggerne i segni premonitori…


I comportamenti problema dei bambini autistici, ma soprattutto quelli degli ex-bambini – molto più difficili da contenere per evidenti ragioni fisiche – sono uno dei tratti più controversi e spiacevoli dell’autismo. L’atteggiamento sulla questione divide in due la categoria dei genitori: da una parte quelli con figli autistici, che cercano di non pubblicizzare troppo la cosa per paura che i loro loro figli vengano ancora più emarginati; dall’altra i genitori dei compagni, che spaziano dall’evitamento più o meno velato, alla sopportazione etica.

Così ci sono genitori di bambini non autistici che finiscono sui Social, esposti alla pubblica gogna e additati come mostri, perché non accettano che il loro pargolo venga maltrattato dal compagno di banco disabile [precisiamo: queste situazioni non sono la norma! Più spesso è il bambino autistico ad essere disturbato dagli altri]; e altri che invece si sforzano di educare i figli secondo i principi dell’inclusione, ben coscienti del fatto che è stato soltanto il Caso a metterli dall’altra parte della barricata. Ma per quanto l’intento dei secondi sia lodevole, è bene comprendere che la vera integrazione non può nascere dalla sopportazione.

Personalmente trovo che non sia corretto affrontare la questione, senza tener conto di due fattori essenziali:

  • nessuno al mondo dovrebbe accettare di essere morso, preso a calci o anche semplicemente strattonato, nemmeno in nome dell’autismo o della disabilità in generale: che la vittima sia un bambino o un insegnante, resta sacrosanto il diritto a non essere attaccati.
  • l’autistico non è un serial killer, che trae piacere dal torturare le sue vittime: al contrario, spesso è invaso dai sensi di colpa per aver reagito in quel modo. È sufficiente osservarlo nei momenti che precedono la crisi, per capire quanto stia cercando di trattenersi e quanto spesso ci riesca.

Perché allora a volte esplode? Mi piace estremizzare e utilizzo allo scopo un esempio: se alcuni membri della tribù dei Korowai – gli ultimi cannibali del pianeta – cercassero di immergervi a forza in un pentolone d’acqua bollente, e voi non aveste alcuna possibilità di spiegar loro che non siete particolarmente appetitosi, non tirereste forse cazzotti a destra e a manca, nel tentativo di liberarvi?

Allo stesso modo, il comportamento problema nasce sempre da un forte disagio e la soluzione non sta nell’accettarne le conseguenze in modo passivo, e nemmeno nell’insegnare al soggetto autistico che deve soffrire in silenzio: la soluzione sta nel saper individuare per tempo – nonché rimuovere – la situazione che scatena la crisi. Compito che per ovvi motivi non può essere delegato ai compagni di classe.

I genitori dei ragazzi autistici – conoscendo bene i propri figli – sono spesso in grado di prevenire i melt-down. Avendo conosciuto e frequentato un campione notevole di neurodiversi, ho notato che i genitori del “ceppo autistico” [uno dei due ha sempre dei tratti comuni con il figlio, anche se molti non ne sono consapevoli] sono più capaci di prevenire le crisi. Credo che questo sia dovuto alla capacità autistica di individuare dei pattern, degli schemi ripetitivi all’interno delle situazioni, grazie ai quali possono correre ai ripari, facendo quello che scientificamente viene chiamato “modificare l’antecedente”, e che può essere tradotto in rimuovere la causa. Il che non significa azzerare questi comportamenti: se si trovano imbottigliati nel traffico, o rinchiusi in un ascensore guasto, poco possono fare per modificare la situazione. Ma a scuola è quasi sempre possibile, grazie ad una attenta osservazione.

E qui sta il punto: quanto osserviamo, in generale? Mi ponevo questa domanda ieri, mentre uscivo da un tornello della metropolitana super affollata, causa delirio natalizio: nonostante il display visualizzasse a chiare lettere la scritta “Accesso libero”, la maggior parte dei passeggeri, di ogni età, inseriva il biglietto o avvicinava la tessera, creando code interminabili. Questo potrebbe già essere un buon test di ammissione, per chi intendesse lavorare con l’autismo…

Il comportamento problema altro non è che comunicazione di qualcosa che non va, che sia un rumore fastidioso, un mal di pancia o un attacco di fame. Se un collega non autistico gioca con la penna, producendo un fastidiosissimo ticchettio che mi impedisce la concentrazione, minaccio di rompergli qualcosa in testa: il risultato è che ridiamo insieme della mia estrema intolleranza e la cosa finisce lì. Ma… se non fossi in grado di dirglielo? Forse sopporterei le prime tre volte, e alla quarta passerei ai fatti.

Ecco perché la diagnosi precoce è importantissima. Mi è capitato recentemente di vedere un bambino di due anni e mezzo che non parlava, e girava in tondo correndo come un pazzo, i cui genitori trovavano la cosa normalissima. Una volta messi sull’avviso, hanno risposto che oggi va di moda mettere l’etichetta di autistico a tutti i bambini.

So bene che la mia resa immediata – sono timida – equivale a una condanna per quel bambino, e spero che al nido o alla materna qualcuno ribadisca più autorevolmente il concetto. Per fortuna oggi accade sempre più spesso.

Perché in caso contrario a questi bambini viene negata una possibilità – che fino a pochi anni fa non c’era – ma che oggi esiste: quella di imparare ad esprimersi – non per diventare relatori di mestiere, ma per potersi destreggiare nelle situazioni base: il primo passo verso l’indipendenza, che dovrebbe essere l’obiettivo principale di ogni genitore per i propri figli. Autistici e non.

Silvia Totino

silvia totinoInformatica con una diagnosi di Asperger, vive principalmente a Milano. Condivide un appartamento part-time con un figlio non ufficialmente autistico, ma selvatico e silenzioso al punto giusto, con un interesse fisso spropositato per i motori.
È molto arrabbiata con tutti quelli che – grazie alla sua capacità di adattamento – insistono nell’ignorare la sua diversità anche quando porta loro dei benefici, rendendole così la vita decisamente più complessa.


 

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