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Il diritto del disabile mentale è essere considerato una persona

 

Riceviamo e con piacere pubblichiamo una riflessione dell’amica Gabriella La Rovere, mamma di Benedetta e instancabile paladina  dei diritti dei diversi, di coloro che la società tollera ma non accoglie e considera come dovrebbe. Il disabile mentale è ancora visto come un fardello da sopportare, relegato ai margini, destinato comunque a una vita passiva  e isolata perché la sua differenza è malattia e dunque può solo aspirare a una dimensione di infermo perenne da sedare con cibo, farmaci o attività inutili e senza sbocchi lavorativi.  Ancora una volta Gabriella La Rovere, medico e testimone della realtà che viviamo, con la sua prosa cruda e diretta  smaschera ipocrisie e abnormità sociali e ci mette con le spalle al muro.      

Come declinare il termine diritto nella disabilità? Si parte necessariamente dal diritto della persona con disabilità mentale ad essere considerato una persona, a prescindere dalla malattia. Questo è già sufficiente per attivare percorsi educativi e di autonomia che siano rispettosi della dignità umana.

Partiamo dalla scuola dove è ancora presente il concetto di insegnante di sostegno come una badante di medio livello dedicata – per poche e infruttuose ore – all’ alunno con disabilità e non come insegnante qualificata, inserita anch’ essa nella classe e utile per tutti.

L’istituzione scuola deve uscire dall’idea di accettare passivamente il bambino con disabilità per tenerselo, come da legge, finché è possibile per poi scaricarlo ai servizi sociali. Quattordici anni sono tanti, non devono essere sprecati. È un crimine perché vuol dire non considerare il bambino con disabilità prima e l’adolescente con disabilità poi, importante per la crescita della comunità classe. Il bambino, l’adolescente, ha un carattere come qualsiasi altro essere umano, ha delle emozioni che spesso faticano a manifestarsi o, se lo fanno, usano linguaggi particolari, ha desideri, ha predisposizioni innate. Questo enorme corredo viene di solito dimenticato, non considerato perché ciò che è più facile guardare, fino quasi ad esserne abbagliati, è la sua disabilità, la sua patologia. La malattia lasciamola ai clinici, ai medici. Negli ultimi tempi la corsa alla certificazione ha prodotto un maggiore isolamento all’interno della classe. Gli insegnanti devono fare il loro lavoro e devono farlo al meglio. Un inciso importante che viene spesso omesso: il metodo Montessori nasce con i bambini disabili ricoverati in manicomio e successivamente viene applicato a tutti “I ragazzi del manicomio raggiungevano quelli normali agli esami pubblici solo perché guidati lungo una via diversa”

Finita la scuola si apre il deserto della vita adulta. La società si prende carico di questo fardello che deve necessariamente trasportare fino alla morte inserendolo in strutture socio-riabilitative che sono in realtà dei luoghi di ulteriore isolamento, di mancanza di senso, dove le attività non hanno alcuno sbocco lavorativo ma sono inutili, un’ulteriore perdita di tempo inframmezzata da tante pause dove si mangia. Il cibo usato per sedare e quando non è sufficiente si passa ai farmaci.

C’è poi un altro diritto che è quello dei genitori di persone con disabilità ad essere ascoltati dai medici e dagli educatori perché i primi e veri conoscitori dei loro figli. Basta con il ridurre tutto con la pietà per la sorte ingrata loro capitata, con l’affermazione che il dolore ha ridotto la loro capacità pensante e soprattutto basta con l’analisi del comportamento materno quale causa dell’autismo. Le madri, ma anche i padri, hanno un sapere intuitivo accumulato attraverso l’esperienza di relazione con il figlio ma questa facoltà non viene mai presa in considerazione. I genitori sono spesso combattuti tra le loro intuizioni, questo sapere pratico, esperienziale che proviene dalla loro condizione genitoriale e ciò che viene detto, quasi imposto, da clinici e educatori. La stanchezza, lo sfinimento per una vita tesa sempre a combattere per i diritti del proprio figlio fanno sì che venga gettata la spugna. Ci sono vari modi per farlo: l’abuso di farmaci psichiatrici, l’abbandono in strutture protette, l’omicidio-suicidio. Questo non è un problema del singolo, ognuno di noi deve sentirsi responsabile di questo fallimento per il mancato ascolto, la mancata solidarietà. Dobbiamo cominciare a considerare l’umanità come una polifonia di voci e strumenti differenti che, malgrado le dissonanze, suonino insieme.

Gabriella La Rovere

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