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La storia di Paki e Anna Chiara: quando la scuola è davvero quella buona

 


Riportiamo l’articolo che la collega e soprattutto amica Roberta D’Angelo ha scritto su Avvenire a proposito dei cinque anni della scuola superiore, che si stanno per concludere, del figlio Michele, detto Paki,  grande amico di scorribande e viaggi avventurosi dei Teppautistici con “Petra & Piras”. Lo facciamo primo perché vogliamo sfatare il mito che qui (e altrove) si scrive solo di ciò che va male e secondo perché come Roberta sottolinea la storia di Paki è un esempio cristallino di quella che dovrebbe essere (ed è) la Buona Scuola. Paki è un ragazzone che abita a Roma e la scuola che si appresta a salutare è l’Istituto Agrario Sereni alla Bufalotta. La sua fatina Anna Chiara esiste davvero, non ha i capelli lunghi e turchini ma alla maschietto e colore del grano. E di storie come quella di Paki in questa scuola ce ne sono di tanti altri ragazzi “speciali” come lui.


Paki con la mamma Roberta

Ricordo ancora dove ero quando ho preso il coraggio in mano insieme con il cordless e ho chiamato il centralino dell’ennesima scuola. Una sorta di sfida a una sorte crudele che segna i genitori di figli disabili. La ‘scelta’ del corso di studi e dell’istituto è uno dei momenti cruciali della vita, e nel nostro caso è uno dei tanti momenti strazianti, in cui senti che non sei tu a decidere, ma l’algoritmo che si crea tra le migliori risposte negative che ottieni. Rassegnata, attendo che il bidello mi chiami la vicepreside. Una voce squillante e dolce mi accarezza dall’altro capo del cavo. Sincera, schietta, rassicurante, allegra. Si informa delle condizioni del ragazzo e cerca di convincermi che quella è la scuola per lui. C’è tutto quello che si possa desiderare.

La voglio conoscere di persona. Voglio vederla in faccia questa docente, responsabile degli insegnanti di sostegno. Un istituto agrario per un ragazzo disabile. La psichiatra non sa come possano accoglierlo, ma in fondo ci sembra l’ideale per mio figlio che non riesce a stare seduto a lungo, non legge, non scrive, non si concentra. Ha solo voglia di fare cose, ma non sa cosa. Non vuole regole, ha appena subìto un lutto pesante, è aggressivo, burbero, famelico, depresso. Sotto sotto è un ragazzino meraviglioso, ma sono in pochi a voler ‘scavare’… Questa professoressa, Anna Chiara, lei sembra proprio volerlo incontrare.

Neanche gli stessi a parlare di Brad Pitt! Chiudo la telefonata con una sensazione inedita. Non sto su ‘Scherzi a parte’, intorno tutto è reale. Non lascio passare troppo tempo. L’iscrizione si rivela più complicata del previsto. Siamo tanti a fare la fila, tanti genitori di ragazzi disabili, tutti accolti con lo stesso amore. Sì, amore. E la gara ha sempre il sapore triste di una sfida tra disperati. La vinco. La vinciamo io e il mio piccolo ragazzo impossibile. Incontro prima la preside, donna battagliera che sembra muoversi in un mondo tutto suo, dove la ‘sua’ scuola è un satellite che vive di vita propria. Mi dirotta alla sua assistente, una signora generosa che pare stare lì solo per aiutarmi. Poi, dopo qualche giorno, la voce della mia prima telefonata prende forma.

Anna Chiara: un angelo minuto, graziosissimo, esile e forte. Tiene a freno un colosso di ragazzo che scalcia e pare pronto a demolire il pianeta. Lei sorride e mi assicura che lì sono pronti a far fronte a tutto. Non ho dubbi. Anche Michele la conosce. Lui ha ‘i radar’. Se ne innamora. Da lei impara il rispetto. Della persona, delle regole, degli altri. Dei coetanei, dei malati, dei prepotenti. Impara che ci sono i problemi, ma che si risolvono insieme e con pazienza. Tira fuori la rabbia, e insieme la dolcezza. Le asperità e i pregi. Impara i doveri e i diritti, e su questi costruisce la sua corazza esageratamente spessa, ma la sua. Una nascita. Si plasma, si forma, si afferma.

È il quinquennio più bello della nostra vita. Lei, Anna Chiara, lo segue a distanza e da vicino. Gli assegna i docenti e gli assistenti che cambiano ogni anno, perché in Italia funziona così. Ma resta il suo riferimento. Il mio. Non ci sono scioperi per i nostri ragazzi disabili: a loro assicura sempre una presenza. Non si interrompe il servizio per i disabili. Se c’è una cosa garantita, lei ne offre una in più. Ieri per noi è stato l’ultimo giorno di scuola. Ci saranno gli esami e poi il ciclo si chiude. Siamo tutti commossi: noi, i docenti, gli assistenti, i compagni. Tutti certi che sentiremo un vuoto. Michele esce uomo, dolce, simpatico, un po’ burbero e un po’ allegro.

Un po’ depresso e un po’ ottimista. Pieno di voglia di fare e con la capacità di interagire con gli altri. Molto, ma molto, è merito di chi lo ha seguito in questi anni. Siamo abituati a lamentarci di un sistema che non funziona, soffocato dalla burocrazia, strangolato dalla mancanza di fondi. Un sistema che può andare avanti per inerzia o per la buona volontà e la capacità dei singoli. Qui le capacità, la generosità e la volontà sono state davvero disarmanti. Qui la buona scuola è stata una scuola buona. Grazie.

Roberta D’Angelo

 

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