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Da l’Aquila una ricerca sulle potenzialità sociali degli autistici

Nell’interazione sociale con un amico, partner o uno sconosciuto che incontriamo casualmente per la prima volta, cerchiamo di interagire in maniera adeguata provando ad immaginare cosa lui pensa o prova in quello specifico contesto sociale. Questa capacità che usiamo quotidianamente in maniera del tutto spontanea e inconsapevole è alla base di tutte le relazioni umane ed è conosciuta nel mondo scientifico con il nome di Teoria della Mente (Theory of Mind-ToM). Tale capacità, che permette di comprendere gli stati mentali ed emozionali altrui ed di adattare i propri comportamenti a quelli degli altri, risulta gravemente compromessa nei Disturbi dello Spettro Autistico (Autism Spectrum Disorders-ASD). In accordo con l’ultima versione del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), l’autismo è caratterizzato da difficoltà nell’ambito della comunicazione e dell’interazione sociale e da presenza di comportamenti stereotipati e ripetitivi.

In letteratura scientifica, l’interesse dei ricercatori verso la capacità di ToM è associata all’idea che le persone con autismo manchino di questa abilità e soffrano di quello che in gergo scientifico è chiamato “mind-blindness”. Fortunatamente, la ricerca va di pari passo con la buona pratica clinica. E’ proprio grazie a questa sinergica interazione che il gruppo di ricerca capeggiato da Marco Valenti, direttore del Centro di Riferimento Regionale per l’Autismo dell’Università e della ASL di L’Aquila (CRRA) e da Monica Mazza, professore di neuropsicologia dello stesso Ateneo, ha messo fortemente in dubbio l’idea attualmente prevalente di una completa assenza di ToM in persone con autismo.

Infatti, la valutazione delle abilità di ToM fa parte della pratica clinica di routine svolta presso il CRRA, ed essa accompagna la tradizionale valutazione clinica specifica per l’autismo. Il gruppo di ricerca aquilano ha ipotizzato la presenza di forme, seppur basilari, di abilità di ToM in bambini ed adolescenti con autismo. Nasce da questa intuizione il lavoro dal titolo “Simple mindreading abilities predict complex theory of mind: developmental delay in autism spectrum disorders appena pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Journal of Autism and Developmental Disorders (JADD).

In questo studio 37 bambini con autismo e 57 bambini con sviluppo tipico sono stati sottoposti ad una batteria di 3 test di teoria della mente specifici per bambini dai 4 ai 10 anni di età. Gli autori dello studio hanno utilizzato l’approccio delle traiettorie di sviluppo allo scopo di comprendere se tali abilità siano completamente assenti in persone con autismo o al contrario se esse possano svilupparsi in un momento diverso rispetto ai bambini tipici. I risultati hanno mostrato che i bambini con autismo hanno un ritardo nello sviluppo di queste abilità che si aggira intorno ai 2 anni per abilità più semplici quali il riconoscimento delle emozioni primarie, fino a raggiungere i 7 anni di ritardo per abilità più complesse come la comprensione degli stati mentali. Questi risultati chiariscono in modo autorevole e con forte evidenza che esistono specifiche traiettorie di sviluppo nei bambini con autismo.

Alla luce di quanto dimostrato sembra dunque sbagliato parlare di “deficit di teoria della mente”; in quanto in realtà tali abilità si svilupperebbero nelle persone con autismo, anche se con ritardo rispetto ai bambini con sviluppo tipico.

Inoltre, il ritardo nello sviluppo di queste abilità compromette la capacità del bambino con autismo di mettere in atto un comportamento socialmente adeguato al contesto all’interno del quale il bambino interagisce. È questo quanto dimostrato dallo stesso gruppo di ricerca aquilano con un secondo studio dal titolo “The role of theory of mind on social information processing in children with autism spectrum disorders: a mediation analysis” pubblicato sempre quest’anno sullo stesso JADD. In questo studio gli autori utilizzano un diverso approccio metodologico conosciuto nell’ambito scientifico con il nome di analisi di mediazione.

Questo tipo di analisi ha lo scopo di individuare se una terza variabile, chiamata mediatore, possa influenzare la relazione diretta che esiste tra due variabili, la variabile indipendente e quella dipendente. Lo studio ha verificato il possibile ruolo centrale delle abilità di ToM (mediatore) sulla capacità del bambino di elaborare le informazioni sociali presenti nell’ambiente e di mettere in atto un comportamento che sia socialmente adeguato. I risultati dello studio hanno confermato il ruolo chiave di questa abilità nel corretto sviluppo del comportamento sociale nei bambini con sviluppo tipico; mentre nei bambini con autismo il ritardo nello sviluppo di tale competenza compromette la messa in atto di un comportamento socialmente adeguato al contesto.

Nell’insieme, questi due studi rappresentano un passo avanti fondamentale nel panorama scientifico internazionale della ricerca sull’autismo, in quanto offrono importanti spunti per la pianificazione di interventi riabilitativi specifici basati sulle abilità di teoria della mente, con l’indicazione che l’intervento possa e debba essere adattato alla conoscenza accurata della situazione individuale di sviluppo.

Emerge fortemente quindi l’indicazione per la pratica diagnostica che lo studio della ToM entri nella routine valutativa del bambino, orientando immediatamente le linee di intervento. Tale indicazione è valida anche per i ragazzi e i giovani adulti già diagnosticati, per i quali si renda necessario ripianificare un adeguato intervento abilitativo.

Marco Valenti             Monica Mazza

Per informazioni:

            Laboratorio di Ricerca in Neuropsicologia dell’Autismo, Università dell’Aquila: tel. 0862 434658, 433401

            Centro di Riferimento Regionale Autismo, L’Aquila TEL: 0862 368627

LINK AGLI ARTICOLI:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28597142

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28213839

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JADD1 the role of theory of mind

JADD2 simple mindreading

 

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