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Il dopo di noi di Oliviero Beha


Giorni fa è mancato il giornalista Oliviero Beha. Io naturalmente lo conoscevo, per un certo periodo siamo pure stati colleghi nella stessa rete di Radio Rai, Io facevo Golem e lui Radio Zorro. L’ ultima volta ci parlai a Novembre, eravamo seduti per caso nello stesso teatro per vedere lo spettacolo di Elio che si esibiva con pezzi d’opera. Solo oggi l’amica Gabriella La Rovere mi ha fatto notare che Oliviero aveva una figlia adulta down, in anni di frequentazione di ambienti contigui nessuno me l’ aveva mai raccontato, forse era una sua scelta. A posteriori mi sorprende un po’ che nei tanti pezzi di ricordo scritti da colleghi dopo la sua morte questo aspetto importante della sua vita non fosse mai emerso. Gabriella mi ha segnalato una puntata di un programma di RaiDue dove Oliviero è intervistato da Enrico Lucci a commento di un  filmato dove è protagonista la simpaticissima figliola Saveria, che vive in una casa famiglia. Per la prima volta quindi sento il mio collega scomparso parlare del problema del dopo di noi, che ci accomunava e non lo sapevo,  ma che per lui ora è già una realtà, mentre per me ancora solo un’attesa. (GN)


Si dice che nessun coccodrillo facesse riferimento a sua figlia, nessuno sapeva – neanche per sbaglio – che avesse una figlia down. Effettivamente non è facile tenere nascosta per 35 anni una persona. Saveria è stata prima una bambina, poi un’adolescente e infine una donna con tutte le esigenze delle altre ragazze della sua età. Niente di lei è mai trapelato per pudore, sicuramente per evitare inutile pietismo o strumentalizzazioni che avrebbero nociuto a tutta la famiglia.

Che Saveria fosse sua figlia, al di là della somiglianza, lo si è capito subito dal contenuto della sua inchiesta giornalistica e dalla affermazione “Non mi piace essere down!”, una frase che solo la figlia di una persona molto intelligente poteva dire. Niente tipo “Sono contenta di questo dono” oppure “La mia vita solo così ha avuto senso” Ma anche no! È tanto bello vivere senza alcun problema di salute, con il massimo dell’autonomia possibile, con il futuro scelto consapevolmente e non perché si è down o disabile mentale si debba per forza accettare stoicamente il proprio destino. Essere down o con altre forme di disabilità mentale vuol dire avere una vita difficile, a tratti impossibile, senza amici, senza amore, con un futuro oscuro perché, bene che vada, andrai a stare in una residenza protetta pregando il Cielo di non subire violenze e di non essere imbottita di psicofarmaci così da non disturbare e essere più gestibile.

La morte di uno dei genitori dà inizio al dopo di noi. Alla fine del 2016 ho avuto la mia iniziazione alla vita adulta. La morte di mia madre, sebbene avesse 92 anni, ha avviato il dopo di noi per me che ho sempre goduto del sostegno morale ed economico dei miei genitori. Mi sono sentita sola, orfana e per un po’ ho bonariamente maledetto mia madre che mi aveva abbandonata. Sempre nel 2016 sono morti due papà di due ragazzi, quasi 30enni, che frequentano con Benedetta un’associazione di volontariato. Avevano pressappoco la mia età.

OLIVIERO BEHA: IO PADRE DI UNA PERSONA DOWN

A quel punto ho preso coscienza del tempo che è passato, impegnata a fare uscire mia figlia dall’autismo, a stimolare i suoi interessi, a potenziare la sua capacità cognitiva. Mi sono resa conto che davanti a me non ho ancora tanti anni e che devo impegnarmi per creare un futuro dignitoso che significa sfruttare il suo talento di percussionista per trovare un gruppo con il quale suonare divertendosi e, perché no, guadagnando anche qualcosa. Sicuramente non sarà sufficiente per sopravvivere ma è il giusto riconoscimento al suo essere una musicista, al di là di saper leggere la musica, vuol dire essere protagonista della realtà economica e sociale del territorio, non una zavorra.

Devo impegnarmi affinché possa continuare a vivere nella sua casa, circondata dalle cose che le ricorderanno di noi: foto, vestiti, libri, souvenirs. Devo sfruttare questo poco tempo affinché la brutta abitudine di somministrare psicofarmaci al posto di strategie educative diventi solo un ricordo citato negli archivi dei giornali. Devo creare intorno a lei una rete di persone che le vorranno bene e che continueranno quello che ho fatto finora e cioè trattarla come una persona.

Non penso di non riuscire nell’intento perché sono sempre arrivata laddove mi ero prefissa. Certo, c’è sempre il piano B di cui sono state piene le cronache nere negli anni passati, ma per una volta voglio provare a rivoluzionare il mondo.

Gabriella La Rovere

 

 

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