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Ci vuole un parco (soprattutto) per gli autistici. Lo dice uno studio israeliano

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Il gioco e l’avventura non “guariscono”, ma certamente fanno bene alla “salute”. Soprattutto a quella dei #teppautistici. Non parliamo del gioco strutturato, didattico o terapeutico, ma proprio del gioco vero, quello libero, all’aria aperta, nei parchi predisposti per incoraggiarlo e favorirlo. Lo fa sapere l’Università di Tel Aviv, da cui è uscito da poco un nuovo studio sull’autismo, che rivela proprio la capacità dei parchi gioco di alleviare i disturbi dello spettro. Titolo della ricerca è “Outdoor Adventure Program Is a Promising Complementary Treatment for Autism Spectrum Disorder” e a questo link è disponibile una sintesi in inglese.

I ricercatori hanno rilevato significativi miglioramenti nella predisposizione e motivazione sociale nei giovani autistici dopo lo svolgimento di attività all’aria aperta. E indica quindi un nuovo percorso per migliorare le loro capacità e attitudini.  http-i-huffpost-com-gen-1461198-images-n-altalena-ecuador-628x314

Lo studio, condotto da Ditza Antebi-Zachor, è stato pubblicato in “Developmental Medicine and Child Neurology”. Hanno preso parte alla ricerca 51 bambini, provenienti da sette istituti di istruzione speciale a Tel Aviv. I bambini, dai 3-7 anni, seguivano gli stessi protocolli terapeutici, ma il gruppo campione, composto da 30 studenti, ha partecipato anche ad un programma di attività all’aperto. Questi 30 bambini sono stati sottoposti a sessioni settimanali di attività con gli istruttori. Ogni sessione di 30 minuti si è svolta in parchi urbani, anche con l’uso di attrezzature per il fitness all’aperto.

Prima del programma di “avventura”, le abilità cognitive e adattative dei bambini sono state valutate dagli istruttori di scuola secondaria, che utilizzano la Scala di Responsabilità Sociale (SRS), un questionario che valuta la gravità dell’autismo in diversi settori. Le stesse informazioni sono state raccolte dopo il completamento del programma, rivelando un marcato miglioramento.

Come spiegato dal Prof. Zachor, i programmi di avventura all’aria aperta sono progettati per migliorare le competenze interpersonali e le relazioni mediante attività avventurose per fornire la soluzione ai problemi individuali e di gruppo con attività e sfide. Ed ecco quanto riferito dal professore:

Il nostro studio mostra che le attività di avventura all’aria aperta migliorano i sintomi dell’autismo migliorando le capacità di comunicazione sociale. Suggeriamo di includere queste attività divertenti nelle scuole e nelle aule, accanto ai trattamenti tradizionali. I genitori dei bambini con ASD farebbero anche bene a iscrivere i loro ragazzi in attività pomeridiane che abbiano queste caratteristiche. Permettere ai bambini di divertirsi durante il loro tempo libero migliora infatti le loro capacità di comunicazione

Se proviamo a passare dal laboratorio di ricerca alla viva realtà, però, la complessità della questione aumenta, evidenziando bisogni insoddisfatti e questioni irrisolte. Un #teppautistico al parco, lo sanno bene molti di voi, può seminare il panico. O almeno accendere un dibattito. Come quello che qui oggi, studio israeliano alla mano, vogliamo riproporvi.

Era poco più di un anno fa quando, su queste pagine, riprendemmo la sollecitazione di Giovanni Maria Bellu, collega giornalista e papà del #teppautistico Ludovico, ormai 18enne. Era molto arrabbiato, perché l’amministrazione di Cagliari non aveva mantenuto la promessa, fatta da tempo alle famiglie dei #teppautistici: un parco per loro.

belluNon soltanto per loro – precisava allora Bellu –  ma “sopratutto” per loro, che anche a 18 anni, alti e robusti, spesso amano saltare sui tappeti elastici, dondolarsi in altalena e lanciarsi da uno scivolo. Ma poi l’amministrazione pare averci ripensato e, durante l’inaugurazione, ha tradito le aspettative con uno “scivolone” imbarazzante: “è un parco anche per i ragazzi autistici”, ha detto l’assessore all’Urbanistica. E questo ha fatto innervosire molto Giovanni Maria Bellu: “Sarebbe bastato dire le parole giuste, per creare qualcosa di nuovo, qualcosa che manca e di cui i ragazzi come Ludovico avrebbero bisogno: un parco in cui non debbano sentirsi ospiti, in cui nessuno li guardi con apprensione o con perplessità quando saltano e corrono, un parco in cui i loro giochi non rappresentino un pericolo per i bambini più piccoli. Bastava dire che questo parco era soprattutto per loro, così come avevamo concordato da tempo. Ma l’amministrazione, evidentemente, non se l’è sentita.

In tanti, allora, avevano però manifestato la propria contrarietà alla proposta di Bellu: l’idea del parco per i #teppautistici non piaceva a tutti: per qualcuno, sapeva di “ghetto”, di allontanamento, di esilio, piuttosto che di inclusione. Ed ecco lui, Bellu, come rispondeva:

Tutte belle parole, sbandierate da teorici dell’integrazione a tutti i costi: fanatici che non sanno cosa sia l’autismo. E vogliono costruire l’integrazione sulla pelle degli altri. Alcuni di questi hanno pure figli disabili: ma di una disabilità diversa, che non ha gli stesi problemi dell’autismo. Io so cosa vuol dire portare Ludovico al parco. E so che, ora che è grande fisicamente, anche se ha la testa di un bambino, in questi parchi non posso più portarlo. Ma siccome andare in altalena e sullo scivolo è ciò che ama di più, lo porto lontano, in campagna, o nei parchi dove nessuno va, perché sono scomodi o malridotti”.

 

Questa è la realtà, insomma:

Genitori di bambini piccoli che guardano preoccupati o indignati me e Ludovico, temendo per l’incolumità dei loro figli.

Una realtà diversa dalla teoria:

La teoria di chi dice che saranno loro, i genitori dei bambini piccoli, a portare via i figli se li ritengono in pericolo. Ma poi questo non accade mai, siamo sempre noi che ce ne andiamo. Allora perché insistere con questa integrazione a tutti i costi? Perché non dire che un parco pensato sopratutto, ma non soltanto, per i nostri ragazzi autistici farebbe bene a tutti?

 

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