la-merda


Sabato sera, un invito a teatro per vedere “La merda” un monologo teatrale di Cristian Ceresoli interpretato, magistralmente, da Silvia Gallerano. Piccolo teatro al centro di Roma in Vicolo due Macelli, si aspetta tutti in un cortile poi si entra tutti assieme. Io, come mi capita sempre più spesso, sono il più vecchio di tutti. Intorno a me solo ragazzi e ragazze dai venti ai quaranta, tutti “carini”, tutti sicuramente molto di sinistra, il dress code è  total black. Molte barbe ispirate, molte sciarpe, insomma intellettuali, gente che legge studia, si confronta. Il sabato sera non vanno in discoteca o a farsi gli aperitivi tra i coatti. Mi faccio l’ idea che siano persone che ancora conservino quel residuo di coscienza civile e consapevolezza di giudizio che oggi sembra latitare nella società.

D’altronde “La merda” è uno spettacolo che ha avuto i riconoscimenti più prestigiosi a livello mondiale, ha riscosso successi di critica e pubblico ovunque sia stato rappresentato. La Gallerano in particolare lo rappresenta da cinque anni ovunque, anche in lingua inglese e francese. Mi sono quindi preparato a una serata in cui mi sarei sentito culturalmente corroborato, finalmente dopo mesi di compulsiva frequentazione di Netflix nella specifica sezione “Zombies  e mostri vari”.

Lo spettacolo è noto, La Gallerano recita completamente nuda su un trespolo da foca ammaestrata e rappresenta nel suo monologo la storia disperata di un’aspirante attrice, bassa e dalle cosce troppo pingui, che vorrebbe farcela in un provino per uno spot pubblicitario. Nell’attesa di essere valutata passa in rassegna i passaggi dolenti della sua esistenza, un padre che le instillava spirito patriottico, morto suicida quando lei era ancora bambina, una madre ossessiva e ipernutritiva che probabilmente le ha indotto ogni insicurezza possibile, un mondo maschile ottuso, una società dello spettacolo fatua, competitiva, superficiale.

La Gallerano è splendida, una macchina da teatro perfetta, una capacità straordinaria di riempire lo spazio con sonorità e corpo, divora dal primo istante di buio in sala ogni residuo pensiero dello spettatore. E’ stata capace di azzerare per un’ora ogni precedente mio assillo, angustia, preoccupazione. Insomma era come se mi fossi fatto sei Margarita uno dietro l’ altro, che per me è la migliore uscita dal mondo possibile. Il testo non mi ha particolarmente entusiasmato, ma io non sono mai stato ideologicamente di sinistra e trovo noioso l’anatema sul patriottismo, il maschilismo, il paternalismo, l’egoismo, mi sembra tutto già detto e stradetto. E’ un problema mio comunque, ero andato per vedere lei, che mi ha entusiasmato. Alla fine però non sono riuscito ad applaudire, tra le standing ovation in platea si è notato, tanto che la mia vicina di poltrona mi ha chiesto….“Ma come non le è piaciuto?”.

Spiegherò quindi perchè non sono riuscito ad applaudire, anche questo naturalmente è un problema solo mio, la Gallerano avrebbe meritato mille volte di essere applaudita da spellarsi le mani. Non ho applaudito perchè mi ha troppo infastidito una reazione del pubblico…Non ce l’ ho fatta a seguire nell’ovazione quei bei ragazzi molto di sinistra che si erano alzati tutti assieme a battere le mani. Quello che per me è stato insopportabile è quando la pièce ha toccato un ricordo della protagonista, che riguarda la sua brutale iniziazione alla sessualità.

Era bambina e naturalmente già da allora vittima della rozzezza e dell’insensibilità maschile. A scuola tra i tanti suoi compagni l’ unico a prestarle attenzione era un ragazzino sordo e spastico. Il testo in questo passaggio è molto poco politicamente corretto, strano ho pensato…Chi ancora parlerebbe con tanto disprezzo di “un handicappato” ? Chi si meraviglierebbe che “ne mettono uno per ogni classe”, esprimendo con fastidio questa scelta quasi contaminante?

Ho però giustificato la forzatura del testo con il fatto che quella fosse la percezione di una bambina, che tra l’ altro deve subire le attenzioni sessuali proprio di quel ragazzino disabile che la costringe a masturbarlo. Ci sta pure questo, se l’autore ha voluto sottolineare che proprio dal più reietto dei suoi compagni la protagonista inizia il suo cammino di vittima. Ci sta pure che possa esserci un disabile prevaricatore, figuriamoci.

La cosa che non ho sopportato è che quando la Gallerano interpretava il bambino disabile e, per rendere più spregevole e paradossale la scena dell’abuso, imitava l’ espressione  la parlata dello spastico…Il pubblico rideva a crepapelle.

Non ho sopportato quei bei ragazzi con le barbette da hipster e quelle signorine eque e solidali dalla punta delle scarpe al pon pon, che si facevano grasse risate sull’imitazione dello spastico. Ridevano proprio come matti…Divertiti proprio dal farfugliare dello spastico. Magari sono le stesse persone che hanno sollevato vibrato e pubblico sdegno quando Donald Trump,  durante la sua campagna elettorale in North Carolina, ha preso in giro il giornalista Serge Kovaleski, affetto da una grave forma di disabilità.

Tutti pronti a difendere ogni sorta di tartassati, immigrati, minoranze etniche, coppie arcobaleno, disagiati sociali…Nessuno avrebbe riso dell’imitazione  brutale di un rappresentante di queste categorie, ma quando mai….Invece sul disabile è ancora permesso, magari quando si sta chiusi nel circoletto degli amici, magari quando giustamente si testimonia contro il bieco paternalismo patriottardo e maschlilista…Giusto, ma dello spastico chi se ne frega, facciamoci due risate sopra.

Per questo io non ho applaudito, sarà un problema mio, sarà che non ho capito che si trattava di “un monologo provocatorio e disturbante”  sarà perchè io ho un figlio “strano”, sarà perchè ero andato allo spettacolo invitato da un’ amica che anche lei ha un figlio altrettanto “strano”.

Così me ne sono andato di fretta senza alzare nemmeno gli occhi sul pubblico in uscita…Potevo vedere solo pantaloni stretti col risvoltino, leggings neri e stivaletti Docksteps o anche Blundstone…


Share this article

Giornalista (La Stampa Radio24), scrittore, nota voce della radio italiana. E’ padre di Tommy, il ragazzo autistico di 18 anni e protagonista di due suoi libri. Qui scrive, parla, risponde, racconta. E’ presidente della Onlus Insettopia.

Facebook Comments