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Gabriella ci ricorda: qui siamo tutti matti

 

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All’improvviso il buio del teatro è squarciato dall’urlo di chi viene marchiato con un’etichetta che lo condanna ad un’esistenza fragile ed emarginata, quella di un’umanità residuale che, al massimo, viene inghiottita nel gorgo senza fine di ricoveri sanitari obbligatori, dove un letto di contenzione trattiene con lacci e lacciuoli corpi doloranti e menti sconvolte da massicce dosi di criptonite e farmaci il cui nome finisce in …zepam.

Sul palcoscenico una donna bionda e molto pallida, più bianca della camicia che indossa.  Si trascina a piedi nudi sul pavimento freddo. E’ scossa da brividi ma ha lo sguardo fiero e la voce ferma che sembra tagliare il vuoto davanti a lei. Comincia così la rappresentazione di “Alice” il bellissimo e struggente monologo che Gabriella La Rovere ha scritto e portato in scena ieri sera al Teatro Don Guanella di Roma (stasera si replica ore 21 e domani ore 18). Una luce la illumina, lei si presenta subito, … è Gina ha sessanta anni ed essendo stata bollata come malata psichiatrica ha totalizzato, nella sua vita, ben 18 TSO (cioè trattamenti sanitari obbligatori).  Sono giorni anzi mesi di buio, a chiedersi perché, a cercare di ricucire una dignità nella umiliazione dei lacci, del giacere in un letto lordato dai bisogni corporali, della segregazione, della libertà negata, delle sbarre alle finestre. Una vita intontita dai farmaci che ti rallentano i movimenti e ti trasformano in un bradipo senza volontà che impiega un’ora a mangiare uno yogurt e mentre lo fa se lo sbrodola sul collo.

Ogni volta che la sorella o qualche vicino che non la capisce e ha paura di lei riescono a farla rinchiudere, Gina ha solo un desiderio: uscire. Fame di libertà, fame di amore e di comprensione fin dal primo ricovero “che ti marchia a vita e tutto quello che eri viene cancellato”. Resti solo una pazza senza poter essere ma più “riammessa nel mondo dei normali”.

Un’ora e mezza di confessioni della matta “niente affatto gioiosa” che sente delle voci ma a differenza delle sante medievali non è glorificata anzi “non lo deve dire” se non vuole rischiare un altro TSO.  Ogni tanto la luce si spegne e sullo sfondo appaiono immagini in bianco e nero di una Gina bambina innocente con gli occhi tristi che quasi ne presagiscono l’atroce destino. Il rancore per la sorella che anziché proteggerla l’ha fatta rinchiudere nei manicomi. La rabbia per i vicini che la tengono a distanza e l’additano quando passa per la strada “Ecco la psicopatica”. Il dolore per l’allontanamento della figlia che l’ha lasciata sola e che la spia pronta a segnalare una crisi prossima ventura. Come quando Gina scopre il meraviglioso mondo di Alice e vuole ricopiarlo tutto. E poi le lettere e gli appelli ai presidenti, ai papi per chiedere aiuto.

Senza risposte, parole scritte al vento. Gabriella denuncia questa società sorda, immorale e indifferente che rinchiude i matti e non vede il baratro e il delirio della propria esistenza. Gabriella lo sa perché nella sua vita precedente è stata un medico e ora che scrive e recita quello che ha scritto dedica almeno un giorno a settimana ai “matti” rinchiusi in un centro diurno facendo loro delle letture. Non mi lascerei scappare l’occasione di andare a sentirla. C’è da imparare molto dalle sue parole.

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