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Tutti vogliono che l'autistico rimanga al tavolo. E' solo una candid camera…

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Gira in rete il video di una candid camera realizzata in una città americana. Mostra la famiglia di un autistico che va al ristorante e riesce a resistere all’incomprensione di un cliente verso alcuni comportamenti del figlio grazie alla solidarietà di tutti gli altri commensali. Alla fine è l’uomo ostile ed ignorante ad essere costretto ad andarsene tra gli applausi della sala. La vittoria dell’accoglienza e della normalità. Anche le famiglie di autistici possono andare in pizzeria.



Cosa significa andare al ristorante per una famiglia con un ragazzo autistico? Una sfida con diversi ostacoli da superare: trovare un posto poco affollato nel quale non si debba attendere troppo per essere serviti; gestire l’ansia per i possibili comportamenti anomali del proprio figlio; contenere la reazione allo sguardo e i commenti ostili di tutti i possibili normali presenti. Allora meglio rinunciare, rimanere a casa, dove l’amato fardello può comportarsi come vuole e nessuno, esclusi i famigliari, può vederlo. Ci vuole poco per costruire gabbie e spingere nell’isolamento, ancora meno per scegliere da soli di nascondersi, di celare quella che arriva a considerarsi una vergogna, un dramma solo personale da non condividere. Tanto chi capirebbe!

Una candid camera americana ripresa in un video che sta girando in rete ( noi lo abbiamo preso dalla pagina facebook autism in the world) ribalta il copione e offre una speranza per un futuro di condivisione nella consapevolezza.

Una famiglia entra in un fast food, il figlio più grande si avvicina ad un tavolo e ruba una patatina dal piatto di chi ci è seduto che subito reagisce arrabbiato: “ma che stai facendo?”. Passa poco tempo e il ragazzo si rialza, prende un’altra patatina dall’uomo che incredulo si rivolge alla signora vicina per ottenere solidarietà nell’innesco della polemica. La donna prova a calmarlo: “mi sa che ha un problema, tipo asperger” sussurra. Si capisce allora che l’uomo risponda come tanti commensali che alle famiglie di autistici sono capitati lungo il percorso verso la fine di una cena in pizzeria: “allora perchè lo portano al ristorante?.”

“Perchè vogliono che impari a comportarsi” è la risposta che gli dà la donna, una sconosciuta che ha capito e condivide le scelte di chi non vuole arrendersi, anzi prova la strada della normalità per aiutare il proprio figlio a stare tra gli altri. La vittima del furto delle patatine cerca altri alleati, ma dietro si alza un uomo che con pacatezza rincara la dose della signora e lo invita a capire che a nessuno crea problemi l’innocente ladro di due patatine. La mamma del ragazzo a questo punto mette in atto una comune reazione: la resa. “Sono troppo imbarazzata, andiamo via!”. Qui, l’attimo fuggente degli autistici. A partire da una ragazza del tavolo a fianco, tutti i clienti del fast food la incoraggiano a rimanere. “E’ un ignorante” dice la fanciulla riccia, guardando l’uomo ormai solo. “ “Lei ha sconvolto l’intera sala!” rincara una donna anziana. “Va bene, me ne vado io.” Il finale che non ti aspetti ma che sogni. L’applauso forte dai tavoli decreta la vittoria della comprensione, della condivisione, del sostegno e della normalità contro l’ignoranza, la superficialità, la chiusura.

E’ solo un video, ma dai commenti che i genitori scrivono dopo averlo visto, testimonia una realtà che purtroppo più facilmente si conclude con la decisione delle famiglie di lasciare un locale pubblico e rinunciare ad una normalità a loro non concessa. Denuncia ancora una volta il bisogno di essere accolti che è anche terapia.

Scrive Simone Pegorini, papà di Giulio, bambino autistico di Cremona.

Una candid camera che mostra l’autismo vissuto dalla famiglia in pubblico… è vero come il calore del sole ! A te che sei una persona della strada, chiedo: da che parte stai ? che marciapiedi scegli? A te che sei padre come me o madre di un autistico, chiedo: tu da che parte stai ? vi rinchiudete con l’ennesima triste scusa (legittima) o domani ci riprovi ? Non possiamo che amarci.”

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