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Faraone visita in carcere Pietro, l'uomo che ha ucciso il figlio autistico

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E’ in carcere a Torino, nel reparto psichiatrico, in condizioni disumane. Ma è straordinariamente sereno, perché “ora mio figlio sta al sicuro”. Lui è Pietro, il padre che qualche settimana fa ha ucciso il figlio autistico Andrea e poi ha tentato il suicidio. Pietro è sopravvissuto e ora è dietro le sbarre, dove ieri è andato a trovarlo Davide Faraone, sottosegretario al Miur ma soprattutto, in questo caso, padre di una ragazza autistica. Ci ha telefonato, Faraone, per raccontarci  le sue impressioni, per parlarci di Pietro, perché “dobbiamo far conoscere la sua condizione umana, che è quella di tanti. E dobbiamo fare in modo che esca di lì”.

Non è una richiesta di grazia, tanto più che una condanna ancora non c’è. Ma una grazia, senza dubbio, Pietro la merita, come l’hanno meritata, prima di lui, almeno due padri che hanno ucciso, anche loro, il figlio disabile uno, il figlio autistico l’altro. Si chiamavano Salvatore Piscitello il primo, Calogero  Crapanzano il secondo.

faraoneOggi qui vogliamo invece raccontarvi di Pietro, con le parole commosse e accorate di Davide Faraone. Che chiede con forza di “tirar fuori quell’uomo da quel carcere inumano, in cui non può far altro che stare steso sulla branda, nella sua piccola cella, senza poter neanche scrivere una lettera”. Ripensando a sua moglie, morta di tumore un anno fa. E a suo figlio, che è convinto di aver “messo in sicurezza”. Ed ecco il suo racconto.

Pietro è una persona molto degna, uno che ha sempre lavorato. Operaio edile, ha perso la moglie un anno fa. Per suo figlio, autistico e cerebroleso, aveva solo 4 ore di assistenza: quando lei è mancata, lui non ce l’ha fatta a prendersi cura del figlio. Doveva continuare a lavorare, gli mancavano 5 anni alla pensione.

Ha preso la decisione, per lui drammatica, di portare suo figlio in comunità

Una struttura che funzionava, gestita dall’Angsa. Ma suo figlio, che durante la malattia della madre aveva perso 12 chili, non riusciva a superare a sconfiggere il dolore e la solitudine. E lui, suo padre, non riusciva a dargli ciò che avrebbe voluto, a passare con lui il tempo che desiderava.

“Ora Andrea è al sicuro”

E’ questa frase, pronunciata lucidamente e serenamente, ad aver colpito al cuore Davide Faraone, che così continua:

“Non parlerei di raptus omicida: Pietro è sereno rispetto al fatto che suo figlio abbia smesso di soffrire per il presente e, in prospettiva, per il futuro. E mi ha colpito che sia rientrato in sé rispetto all’idea dei suicidio. Non è affatto preoccupato dalla prospettiva di poter passare il resto della sua vita in carcere, non chiede di uscire, non si preoccupa di questo. Affronta tutto nella consapevolezza di aver messo suo figlio al sicuro. Sebbene la struttura e le condizioni in cui si trova possano facilmente indurre a gesti di debolezza. Ed è questo che mi preoccupa: perché, da padre di una ragazza autistica, conosco la sofferenza di Pietro e la comprendo, pur senza giustificare assolutamente il suo gesto.  Un gesto che ha compiuto perché si è sentito solo e disperato: non aveva i soldi per pagare chi potesse accudire suo figlio a casa. Non poteva lasciare il lavoro, per accudirlo personalmente. E’ una solitudine che comprendono bene le famiglie degli autistici e dei disabili in genere”.

 Pietro pensava al futuro, al dopo di lui

Si domandava, Pietro, come sarebbe diventato Andrea quando avrebbe perso anche il padre, se già la perdita della madre lo aveva piegato così. Allora ha pensato di metterlo al sicuro e di questo non si è pentito, non chiede scusa, non chiede la grazia: è sicuro di aver fatto il bene di suo figlio. La sua non è una lucida pazzia, lui è lucidamente convinto che questa fosse l’unica salvezza per suo figlio. E’ un tema delicato e pericoloso, Faraone ne è consapevole.

“Non posso giustificarlo per non dare attenuanti a nessuno. E non voglio giustificarlo, per rispetto verso tutte quelle tante famiglie che, pur vivendo una situazione simile alla sua, continuano ad andare avanti. Ma è anche per loro che non dobbiamo infliggere a Pietro quest’altra punizione, dopo le tante restrizioni che ha avuto nella vita. Pietro deve uscire di lì prima possibile, anche se non lo chiede. Perché Pietro non è un uomo pericoloso, è un uomo che ha sofferto e si è trovato solo. L’unico pericolo è che si faccia del male, che abbia di nuovo un gesto di debolezza.”

Ma cosa si può fare perché non ci sia, domani o tra qualche settimana, un altro Pietro, un altro Andrea? Cosa può fare la “politica”, cosa possono fare le istituzioni, per rispondere in modo strutturale ai bisogni e alla sofferenza di tante famiglie come quella di Pietro? Lo chiediamo a Faraone “politico”, che ci elenca una serie di misure già in lavorazione, che vanno portate avanti e sostenute: il riconoscimento del caregiver, il prepensionamento dei genitori di figli disabili, le risorse per il Dopo di noi. Ma oggi l’urgenza è Pietro:

Quell’uomo non può vivere in quelle condizioni. Pietro va aiutato e, quando ci sarà una condanna, dovrà essere graziato. Come sono stati graziati, in passato, altri papà che avevano ceduto, come lui, alla paura e alla disperazione.

Due casi di padri che hanno ucciso i figli autistici a cui Giorgio Napolitano concesse la grazia

 Il 5 dicembre 2006 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano concesse la grazia in favore di  Salvatore Piscitello, e il ministro della Giustizia Clemente Mastella ha controfirmato il provvedimento.
Salvatore Piscitello, settantottenne medico in pensione, fu condannato a oltre 6 anni di reclusione per aver ucciso il figlio autistico, dopo averlo assistito per oltre quarant’anni, esasperato dalla impossibilità di gestirne l’assistenza e dai gravi atti di violenza compiuti dal giovane nei confronti dei familiari. Piscitello, che aveva costituito anche un fondo a favore del figlio in caso di premorienza, si trova attualmente in libertà a causa delle gravi condizioni di salute che ne rendono incompatibile la detenzione.

Nel 2007 Calogero Crapanzano, maestro in pensione, aveva strangolato il figlio disabile al culmine dell’ennesima lite e si era presentato spontaneamente dai Carabinieri: “Troppe volte ho chiesto aiuto alle istituzioni, ma prescrivevano solo psicofarmaci per il mio ragazzo. Ero esasperato da una vita d’inferno, Angelo picchiava me e mia moglie”

Il 14 ottobre 2011 il presidente della Napolitano gli ha concesso la grazia,  anche Calogero Crapanzano,  uccise il figlio autistico, Angelo, di 27 anni. Il maestro, oggi in pensione, stava scontando agli arresti domiciliari una condanna a nove anni e quattro mesi. Il 23 giugno 2007, dopo avere strangolato con una corda il figlio, Crapanzano si presentò spontaneamente ai carabinieri confessando il delitto. “Troppe volte ho chiesto aiuto alle istituzioni – disse Crapanzano descrivendo il suo dramma familiare – Ma mi prescrivevano solo psicofarmaci per il mio ragazzo. Ero ormai esasperato da una vita d’inferno. Angelo picchiava me e mia moglie. Qualche volta aveva anche minacciato il suicidio. Dopo l’ennesima crisi del ragazzo, che ci chiedeva di smontare un condizionatore, ho avuto un raptus. E adesso sono pentito”. Crapanzano aveva annunciato due anni fa, in un’intervista a livesicilia.it, la sua intenzione di rivolgersi al Capo dello Stato: “Io e mia moglie abbiamo già passato 27 anni di galera. Io non posso andare in carcere. Sto male. Se la condanna verrà confermata in Cassazione, chiederò la grazia al presidente Napolitano. Ha un cuore di padre. Capirà il mio strazio”.

All’imputato, per cui il pubblico ministero aveva chiesto trent’anni di carcere, furono concesse tutte le attenuanti generiche. Il giudice Lorenzo Matassa così scriveva nelle motivazioni della sentenza: ”’L’assassinio non è tollerabile nè scusabile, ma per quasi trent’anni Crapanzano ha dedicato interamente al figlio disabile la sua vita. Non fu un dramma della follia, ma dramma della malattia. Cosa fa lo Stato per curare chi è colpito dal male autistico? In quale modo si tutela l’integrità delle famiglie che da questo male vengono travolte? La risposta, triste e disarmante, è purtroppo quella che implica l’assenza: nulla”.

 


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