Autismi & Autistici

Dignità per i nostri figli autistici adulti, finitela di trattarli come eterni bambini!!!

benedetta


La dignità è una parola con la quale ci riempiamo la bocca nell’esatto momento in cui apriamo la nostra coda imitando goffamente quello che il pavone mette in pratica, a proprio rischio e pericolo per i predatori presenti, allo scopo di attirare la femmina.

Non sempre ne conosciamo il significato profondo. Suona bene, altisonante in un discorso. Teoricamente funziona, nella pratica il risultato è incerto, incompleto, spesso assente.

La dignità è un concetto che indica il valore che ogni uomo possiede per il semplice fatto di essere uomo e – soprattutto, aggiungo io – di esistere. Le persone con disabilità mentale sono persone in primis, esseri viventi perciò con tutti i presupposti perché il concetto di dignità possa essere usato con naturalezza, con quella ovvietà che sa essere stucchevole.

La dignità non riguarda solo le grosse tematiche, quelle per le quali siamo tutti pronti a scendere in piazza ma si esplicita nei gesti quotidiani che danno valore e riconoscimento a chi abbiamo di fronte. Spesso sono proprio i genitori a sminuire il significato di dignità quando riguarda i propri figli. L’azione di cura non deve perdere di vista la persona, la sua inevitabile crescita biologica.

I social network amplificano questo aspetto facendo rimbalzare tra post e tweet la frase il mio bambino per sempre, negando a priori il fisiologico evolversi del proprio figlio. Mestruazioni, crescita di barba e baffi, comparsa di pulsioni più che naturali sono vissuti con vergogna, negati con fermezza, talvolta repressi con farmaci.

Ma non finisce qui. La dignità del figlio viene calpestata quando inserito in contesti che ne sviliscono l’essenza. I genitori sembrano non accorgersi di questo o, forse semplicemente, chiudono gli occhi incapaci di intraprendere un’altra crociata, essi stessi esauriti da una vita piena di difficoltà. Invece sono proprio i particolari che permettono il mutare dello sguardo generale sulla persona disabile.

Bisogna smetterla con i laboratori per disabili che vanno dalla ceramica, all’infilare perline, a fare movimenti che nulla hanno a che vedere con la ginnastica, ma servono solo a muovere l’aria e far passare il tempo. Queste attività sono ignobili, sia che vengano offerte da volontari che pagate dalle Regioni.

Sono inorridita nell’assistere a un saggio di balli di gruppo nel quale, sulle note di “Auimbaue”, donne e uomini – alcuni di 40-50 anni – su esortazione della maestra di ballo, dovevano mettersi di schiena alla platea, piegarsi un po’ in avanti e darsi dei colpetti sul “sederino così da svegliare il leone” (testuali parole della coreografa). Una coreografia che i bambini della materna avrebbero schifato ma che è invece sembrata adeguata a donne e uomini disabili.

C’erano tutti i presupposti affinché il lancio della mia sedia contro la maestra di ballo non venisse considerato reato. Sarei stata giustificata nell’atto se non avessi visto, girando lo sguardo, che i genitori di quelle donne e di quegli uomini totalmente deprivati del loro valore, ridevano e si divertivano.

È impossibile essere credibili quando non siamo attenti a quello che succede ai nostri figli, quando non vediamo la loro crescita biologica, quando ci fa comodo pensarli dei bambini perché più facili da gestire. È inutile lamentarsi della scarsa considerazione generale quando l’esempio più squalificante viene da chi esercita la patria potestà.

Gabriella La Roveregabriella

 

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