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Chi ha paura del "mostro" autistico? Da Bari un'altra storia di esclusione a scuola

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Dalla provincia di Palermo a quella di Bari: l’esclusione del compagno autistico sembra diventata una inquietante prassi, messa in atto dai genitori che sentono minacciati i propri figli sani dalle reazioni impreviste degli altri, i pericolosi, gli ingestibili. Dopo il caso del bambino siciliano di cui ora si sta occupando direttamente il MIUR attraverso il sottosegretario Davide Faraone; un educatore, Mario Iacovelli, ci segnala quanto accaduto al ragazzo di nove anni che segue in una scuola elementare di Gravina di Puglia. Un’altra storia di incomprensione e umana inciviltà.

Marco ha nove anni, gli piace giocare con gli amici, leggere libri di fiabe, guardare cartoni, giocare ai videogames e sperimentarsi in attività di acrobatica ed equilibrismo. Marco è autistico, ha una scarsa capacità di gestire la propria frustrazione e in situazioni di stress tende a scaricare la sua ansia in modalità imprevedibili, per questo motivo è seguito nel suo processo di crescita da un’equipe di professionisti: insegnante di sostegno, logopedista, psicomotricista, pedagogista e dal sottoscritto, educatore professionale che giorno per giorno conduce Marco in dinamiche educative utili all’apprendimento di pratiche e competenze sociali, abilità cognitive e metacognitive, affinché raggiunga la sua autonomia personale e sociale.”

A scriverci è proprio l’educatore professionale, Mario Iacovelli che, dopo aver letto il caso del bambino autistico della provincia di Palermo, lasciato solo in classe dagli altri compagni per una singolare protesta dei genitori, ha deciso di raccontare la storia del ragazzo che segue da alcuni anni e che è stato vittima di un’analoga triste vicenda di emarginazione.

Lo scorso mese all’uscita della scuola elementare, a Gravina di Puglia, la madre non lo ha visto con gli altri compagni, ma solo con il suo insegnante di sostegno. Così aveva passato anche il resto della mattina, perchè gli altri non erano entrati, inconsapevoli protagonisti di una protesta, studiata dai genitori per mandare un segnale ai dirigenti scolastici: “il bambino autistico è pericoloso, devono finire le risposte violente di cui sono vittime le nostre creature!” Sono proprio i genitori a rivendicare gesto e motivazioni.

“Quello che ferisce non è la solitudine in se, ma il senso di questo atto che odora di esclusione – commenta Iacovelli – Viene da chiedersi: cosa si è ottenuto con un’azione del genere se non l’emarginazione del bambino? Perché discriminare Marco per dare un segnale a chi si occupa della sua educazione? Cosa hanno trasmesso e insegnato i genitori ai loro figli rendendoli protagonisti di quell’atto?

Si parla sempre tanto di integrazione, ci si batte contro le discriminazioni per poi scoprire che tutt’oggi le barriere architettoniche più insormontabili sono quelle che abbiamo nella nostra mente.”

Il dirigente ha redarguito i protagonisti di questo atto discriminatorio, ma nessuno di essi ha presentato le proprie scuse ai diretti interessati. Gli unici a pagarne le conseguenze, come sempre, sono stati Marco e la sua famiglia.

“Marco ha un linguaggio funzionale che gli permette di esprimere i suoi bisogni primari, ma non ha la capacità di raccontare ed esprimere verbalmente le proprie emozioni; nonostante ciò, nonostante la sua patologia, ha percepito quello che gli stava accadendo e manifestava il suo malessere con ansia e irrequietezza.”

Perchè non è vero che i bambini autistici non percepiscano la violenza dell’esclusione, anzi la loro ansia e frustrazione aumentano proprio in funzione di atteggiamenti ostili e discriminatori.

Spiega la pedagogista Caterina Valerio, proprio in relazione al caso di Gravina di Puglia.

Le forme di disagio manifestate da parte di bambini e ragazzi che vivono una vita scolastica travagliata dal Disturbo dello Spettro Autistico sono oggi sempre più frequenti. A tale disagio appare necessario cominciare a offrire delle risposte. Si osserva come tali bambini manifestino il malessere, il senso di impotenza, la rabbia di non essere capiti, mettendo in atto atteggiamenti e comportamentali non riconosciuti idonei e dunque valutati a primo impatto come pericolosi e devianti  I bambini e i ragazzi caratterizzati da tale tipo di disturbo, spesso devono confrontarsi con molte difficoltà: genitori in uno stato di disorientamento causato dal mancato supporto istituzionale, una scuola generalmente non impostata per l’integrazione degli stessi alunni, discriminazioni da parte dei compagni che spesso tendono ad isolarli dal contesto classe. Ciò che subito si nota in classe è un bambino spesso definito diverso, problematico, “ingestibile”,

ma la visione pedagogica che dovrebbe caratterizzare gli ambienti scolastici, parte dal riconoscimento della diversità, si evolve in una crescente capacità di integrazione delle differenze e di riduzione delle situazioni di handicap da esse generate, considerando la diversità stessa come un valore educativo.

A fronte quindi di famiglie nelle quali il valore dell’accoglienza non viene insegnato, mettendo in atto gesti che di fatto dimostrano ai bambini la necessità di chiudersi rispetto a chi è percepito come una minaccia solo perchè diverso, la scuola deve avere un ruolo ancora più forte e incisivo. Fondamentale anche per difendere le vittime di tanta pericolosa ottusità: gli autistici e le loro famiglie.

La scuola è chiamata a partecipare attivamente alla crescita del bambino, considerando l’alunno innanzitutto come persona. È fondamentale che l’ambiente in cui un bambino vive, non neghi o fraintenda le sue difficoltà, ma lo aiuti ad affrontare la realtà. L’intervento educativo scolastico ha una grande importanza nel percorso di crescita umana e sociale del bambino e attraverso la continuità educativa l’alunno potrebbe incrementare e sviluppare capacità cognitive, comunicative, sociali e di autonomia. Per programmare questo percorso bisogna capire l’allievo, imparare a pensare come lui. L’insegnante di sostegno ha un ruolo rilevante in questo, in quanto più vicino al bambino come figura specializzata  che ha il fine di promuovere l’inserimento, la socializzazione, l’inclusione, l’integrazione dello stesso.

Per giungere a tale obiettivo, l’insegnante di sostegno e la curricolare hanno il dovere di collaborare in ottica propositiva richiedendo li dove è necessario anche l’ intervento di una figura professionale specialista esterna. Solo in tale modo il bambino potrà sentirsi accettato vivendo in un ambiente e in un gruppo classe accogliente.”

Nella scuola di Gravina pare che per Marco si sia trovata una soluzione che va in questa direzione, grazie alla buona volontà di due insegnanti. Venuti a conoscenza della vicenda hanno deciso di accogliere il bambino nella loro classe, nonostante i limiti logistici che sembravano spingere la mamma verso l’unica soluzione di cambiare istituto. Adesso Marco frequenta questa nuova sezione con nuovi insegnanti e nuovi compagni.

“E’ più sereno e manifesta tutta la sua voglia di iniziare ogni giorno una nuova avventura scolastica – conclude il suo educatore che però aggiunge –

A quei genitori dico, fate appello alla vostra coscienza e meditate su ciò che è stato fatto; fate in modo che i vostri figli siano migliori di voi, che riescano ad accogliere e considerare tutti gli esseri umani.”

 

 

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