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C'è anche Luca il nipote teppautistico di Beppe Viola!

 lucaviola

Il 17 ottobre 1982 muore a quarantatre anni Beppe Viola. Giornalista sportivo alla Rai di Milano dal 1961, conduttore dellaDomenica Sportiva ai tempi di De Zan e Stagno, autore dell’intervista a Rivera sul tram numero 15, per molti anni tiene una rubrica sulla rivista Linus. Scrive decine di canzoni con Enzo Jannacci, con cui condivide l’infanzia in un cortile di via Lomellina a Milano, tra cui Quelli che, e Vincenzina e la fabbrica che accompagna il film Romanzo Popolare del quale Jannacci e Viola sono co-sceneggiatori. E come autore lavora anche per il cabaret, scrivendo testi per attori comici come Cochi e Renato, Boldi, Abatantuono. La ricostruzione di Il giorno e la storia, cronache, fatti e protagonisti del giorno. In onda dal lunedì alla domenica su Rai Storia (ch. 54 del digitale terrestre, canale 805 di Sky e in diretta streaming su www.raistoria.rai.it) alle 08,30, e in replica alle ore 11,30, 13,30, 20,30 e 23,30. (LA STAMPA) .

Per ricordare un grande personaggio abbiamo chiesto alla nostra amica Marina Viola da Boston, da sempre conosciuta come “la figlia di Beppe Viola” di farci un ritratto di famiglia partendo dal teppautistico Luca, di cui da tanto tempo qui ci narra le gesta. Quest’ anno a ricordare il grande nonno abbiamo voluto fosse “Luca il nipote di Beppe Viola”. EVVIVA!!!!


Quando, dopo un anno di inutili tentativi, rimasi incinta di Luca, la mia curiosità mi impose di conoscere il sesso il prima possibile. La persona che fece l’ecografia non ebbe dubbi: “È un maschio”.

Non sapeva, quella persona, che nella famiglia Viola questo piccolo futuro bambino sarebbe stato il primo maschio in assoluto: io ho tre sorelle, dopo di ché mio padre decise di farsi fare la vasectomia, anche perché al quarto tentativo il ginecologo di mia madre gli disse: “Se te ghe no i cromosomi…” come a dire sapeva fare tante cose, ma i figli maschi no. Quando dissi a mia madre che il suo primo nipotino sarebbe stato maschio, invece, ebbe una reazione diversa: “Come maschio?”, disse allibita. Lei, la regina di quattro femmine, mai si sarebbe aspettata di dover cambiare il pannolino a un maschio.

Insomma, il maschio era atteso da tantissimi anni. Tutti ci chiedevamo cosa avrebbe avuto del nonno: la simpatia? L’intelligenza, Gli occhi? Le mani? La curiosità era immensa, le aspetattive altrettanto.

Mio padre è morto in una stanza riunioni della Rai una domenica bastarda di 34 anni fa, dopo essere tornato dallo stadio, per preparare la Domenica Sportiva. Si chiamava per tutti Beppe Viola, per mia mamma Peppi, per mia zia Peppe e per me era semplicemente papà. Non me ne è mai fregato assoltamente nulla di sport e pochissimo del suo lavoro. Potevamo vederlo in televisione soltanto quando non c’era scuola il giorno dopo, perché la trasmissione andava in onda tardi, ma spesso ci addormentavamo prima. Mia mamma la guardava solo per assicurarsi che era arrivato sano e salvo, ma poi anche lei spegneva subito.

Poi è nato, questo mio maschio tanto atteso. È nato che sembrava normalissimo: biondino, un po’ brutto causa 40 ore di travaglio (anch’io non ero proprio un fiore) e, come aveva detto la persona dell’ecografia, con tutti i requisiti per essere chiamato maschio. Quel momento nella sala parto è stato il giorno in cui mi è mancato di più mio padre: il giorno in cui più degli altri avrei voluto chiamarlo e dirgli che era diventato nonno di un bimbo bellissimo, pieno di tutto, e che portava dentro anche un po’ di lui, del suo DNA un po’ balordo, forse la parte che gli fece scrivere cose fuori dai canoni, che gli fece venire in mente di intervistare Gianni Rivera sul tram, per dire. Per questo avevo deciso di dare a Luca lo stesso secondo nome di mio padre: Piero. Perché anche lui avesse addosso qualcosa di suo nonno.

Poi mio figlio ci ha fatto capire, a modo suo, di essere anche lui un po’ diverso, un po’ balordo, ma non in modo brillante, divertente. Diverso, quello sì. La diagnosi di sindrome di Down che ricevetti un venerdì sera al telefono non spiegava comunque il motivo per cui Luca non ci guardava, non reagiva a quello che gli stava attorno. Quindi, con il cuore gonfio di paura, continuammo la nostra ricerca e poco dopo arrivò anche la batosta finale: autismo. Ecco, il primo maschio Viola, atteso che neanche il bambin Gesù, era di quelli strani, di quelli che fanno un po’ di pietà, di quelli che fanno parte della categoria ‘sfigati’, l’incubo di tutti i genitori.

Sono ormai innumerevoli le volte che mi sono chiesta come il nonno di Luca avesse potuto reagire a una notizia del genere, e come sarebbe stato il loro rapporto. Sicuramente, mi sarebbe stato vicino, mi avrebbe ascoltato nei miei momenti di sconforto infinito. Sicuramente sarebbe “passato di qui” per caso, anche se vivo negli Stati Uniti. Sicuramente mi avrebbe coccolato, mi avrebbe fatto sentire meno sola. Ma avrebbe fatto come faceva nei momentio difficili: avrebbe sdrammatizzato con una battuta, avrebbe trovato la parte comica, avrebbe buttato lì una frase da morir dal ridere. Di questo sono certa. Ma mi chiedo quale sarebbe stato il suo rapporto con Luca, come avrebbe reagito al modo di mio figlio di stare al mondo, così diverso, così lontano dal mondo di mio padre.

Con noi era un coccolone: passavamo le domeniche mattina nel lettone abbracciati a chiacchierare. I baci schioccanti erano talmente tanti che ad un certo punto dovevamo dirgli: “Dai, basta!” Immagino quindi che anche con Luca sarebbe stata così, ma forse più quando era piccolino. Se lo sarebbe portato in giro, fiero del nipotino maschio. Ma poi non so. Anche per lui sarebbe stato molto difficile relazionarsi a suo nipote, come per tutti noi. Mio padre aveva un modo molto strano di esprimere il dolore: quando morì sua madre, per esempio, spaccò tutto e poi andò al bar, a giocare a bigliardo. Non esattamente una reazione normale. Quindi anche il dolore di avere un nipote con un futuro da escluso, accettato da pochi e deriso da molti sarebbe stato enorme, avrebbe forse spaccato qualcosa anche in quella situazione.

O forse, come tutte le volte, ci avrebbe stupito e avrebbe fatto qualcosa di completamente diverso, che a noi non sarebbe mai venuta in mente. Una cosa sua, geniale come lo era lui.

Forse.

Marina Viola


Leggi Pensieri e Parole, il mio blog:
http://pensierieparola.blogspot.com
Marina Viola porta il quaranta di scarpe. Vive a Boston e ci fa il diario di quella che pensiamo essere l’ altra parte della luna. Che significa per noi autistici vivere negli Stati Uniti? Potete farle anche domande….

Le precedenti corrispondenze di Marina Viola da Boston

Questa è la sua storia: dal 1991, da quando cioé ha deciso di vivere con il suo fidanzato Dan. La loro prima casa era nel New Jersey, dove ha preso una minilaurea in grafica pubblicitaria. Ha tre figli: Luca, che ha quasi diciannove anni, ha una forma abbastanza drammatica di autismo e una forma strana di sindrome di Down; Sofia, che ha sedici anni ed è più bella di Liz Taylor, è un genio del computer e prende sempre cinque meno meno in matematica; Emma, che di anni ne ha solo otto, ma che riempie un silos con la sua personalità. MarinaViola odia le uova perché puzzano, ma per un maron glacé venderebbe senza alcun senso di colpa tutti e tre i figli. Ha una laurea in Sociologia presso Brooklyn College, l’università statale della città di New York. Da qualche anno tiene unblog in cui le piace raccontare alcuni momenti della sua vita. Ha scritto settimanalmente sul sito della Smemoranda (smemoranda.it) dell’America vista però in modo sarcastico e ironico.

A giugno del 2013 è uscito il suo primo libro, “Mio Padre è stato anche Beppe Viola”, edito da Feltrinelli. Nel suo secondo, “Storia del Mio Bambino Perfetto” (Rizzoli, 2014) racconta di Luca e dell’autismo.

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