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Checco Zalone e il disabile in casa…Visto da Boston

zalone

L’eco dello spot di Checco Zalone ha varcato l’ oceano. Marina Viola da Boston ci manda la sua lettura. A chi interessasse anche la mia la trova nel pezzo che ho scritto per  LA STAMPA

Ci sono argomenti che hanno ancora odore stantìo di tabù e su cui si teme sempre che l’ironia possa essere fraintesa, per cui rimangono argomenti sterili, seri e anche un po’ tristi. Penso per esempio all’omosessualità, al razzismo, al cancro. O alla disabilità. Pare che la battuta su uno di questi grandi temi sia tollerata solo se fatta dalle persone che li vivono: solo chi è omosessuale può permettersi di prendere in giro i gay, solo chi è nero o malato o vive con persone disabili ha la licenza di riderci un po’ sopra.

Invece ho sempre sostenuto che l’autoironia e la risata in generale possano a volta rompere il ghiaccio, avvicinare alla normalità certe realtà sconosciute e difficili. Si capisce subito, se si ha una mente un po’ aperta, se la battuta è fatta per cattiveria o con affetto.

Ce l’ha spiegato benissimo Checco Zalone nel video che ha fatto per supportare la ricerca sull’atrofia muscolare spinale o SMA, una malattia che colpisce delle cellule nervose del midollo spinale. Come tema, già a dirlo così, ha ben poco dello spiritoso: casomai farebbero più ridere alcune vignette di una persona autistica come mio figlio, che si presenta in salotto nudo e con un’erezione da fare invidia a John Holmes. Sulla SMA c’è davvero pochissimo da ridere. E infatti Zelone non ha riso sulla malattia.

Ci ha fatto ridere di un ragazzino che ha anche la SMA; lo spot è riuscito a scindere la realtà di ragazzino, con i suoi pregi e i suoi difetti,  e la realtà della disabilità, aprendo così la possibilità di mostare una disabilità e allo stesso tempo, di ridere. In effetti, tutti noi abbiamo un lato un po’ ridicolo. Ecco, Checco Zalone ci ha fatto sorridere non perché il suo vicino fosse sulla sedia a rotelle, ma perché gioca con i videogiochi a notte inoltrata, gli va addosso con la sedia a rotelle (“è nuova…”), gli fa i dispetti sulle scale e infine gli ruba il parcheggio. Che abbia o non abbia la SMA, è un ragazzino e come tale un rompipalle dispettoso.

Il messaggio più potente dello spot, secondo me, è proprio questo: le persone disabili sono in primis persone, e come tali hanno pregi e difetti che si possono canzonare: la disabilità non rende meno umani, non cancella i tratti della personalità. E essere visti come persone e basta, anzi, sarebbe una conquista enorme per chi è disabile.

È difficile, per chi non convive quotidianamente con la ‘diversità’, vedere al di là dell’etichetta data da medici e professori emeriti, o al di là dei limiti imposti in parte dal tipo di patologia, e da una società che ancora non sa come fare per integrare tutti, allo stesso modo. L’esempio delle Paraolympics di Rio è, come lo spot di Zalone, testimonianza di quello che si può trovare oltre all’etichetta quando si cominciano a vedere i lati semplicemente umani di chi è diverso da noi. Guardare oltre, sempre, è qualcosa che si può imparare a fare.

La normalità, se dovessi definirla, direi che è il modo di guardare una persona negli occhi, senza dar troppo peso alle sua abilità, al colore della sua pelle, alla sua religione, o alle persone con cui si fa all’amore. E credo che un modo per raggiungere questa normalità sia riuscire a scherzaci su, a sdrammatizzare, a mettere tutti sullo stesso piano. Checco Zalone ci ha preso per mano, tutti, e ci ha fatto fare un piccolo passo in questa direzione. Bravo!

marinalienaDa Boston MARINA VIOLA

 

 


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Marina Viola porta il quaranta di scarpe. Vive a Boston e ci fa il diario di quella che pensiamo essere l’ altra parte della luna. Che significa per noi autistici vivere negli Stati Uniti? Potete farle anche domande….

Le precedenti corrispondenze di Marina Viola da Boston

Questa è la sua storia: dal 1991, da quando cioé ha deciso di vivere con il suo fidanzato Dan. La loro prima casa era nel New Jersey, dove ha preso una minilaurea in grafica pubblicitaria. Ha tre figli: Luca, che ha quasi diciannove anni, ha una forma abbastanza drammatica di autismo e una forma strana di sindrome di Down; Sofia, che ha sedici anni ed è più bella di Liz Taylor, è un genio del computer e prende sempre cinque meno meno in matematica; Emma, che di anni ne ha solo otto, ma che riempie un silos con la sua personalità. MarinaViola odia le uova perché puzzano, ma per un maron glacé venderebbe senza alcun senso di colpa tutti e tre i figli. Ha una laurea in Sociologia presso Brooklyn College, l’università statale della città di New York. Da qualche anno tiene unblog in cui le piace raccontare alcuni momenti della sua vita. Ha scritto settimanalmente sul sito della Smemoranda (smemoranda.it) dell’America vista però in modo sarcastico e ironico.

A giugno del 2013 è uscito il suo primo libro, “Mio Padre è stato anche Beppe Viola”, edito da Feltrinelli. Nel suo secondo, “Storia del Mio Bambino Perfetto” (Rizzoli, 2014) racconta di Luca e dell’autismo.

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