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Una ricercatrice italiana spiega come sia possibile uno screening precoce per neonati a rischio autismo

cervello-neonato

La scorsa settimana, la prestigiosa rivista scientifica inglese Scientific Reports, ha pubblicato un articolo di Elisa Di Giorgio, ricercatrice del Cimec (Center for Mind/Brain Sciences) dell’Università di Trento, Rovereto, sull’efficacia di un controllo, sin dall’età neonatale, nei soggetti ad alto rischio di manifestare autismo. Lo studio è frutto di un lavoro tutto italiano del CIMeC, dell’Università di Padova e del Network Italiano per il riconoscimento precoce dei Disturbi dello Spettro Autistico.  Lo pubblichiamo, convinti che solo basandosi su evidenze scientifiche si possano ottenere risultati concreti.


Lo studio delle predisposizioni per gli stimoli sociali in neonati ad alto rischio per Disturbi dello Spettro Autistico: un possibile test per lo screening precoce?

Molti studi indicano che i bambini affetti da Disturbi dello Spettro Autistico (ASD) traggono grande beneficio da interventi comportamentali precoci e mirati. La diagnosi precoce rappresenta perciò una priorità a livello scientifico e clinico. Una possibilità di riuscire a identificare dei “campanelli d’allarme” prima dell’età della diagnosi (attorno ai due-tre anni) viene dallo studio di bambini che hanno un fratello o una sorella maggiori con diagnosi clinica di ASD, e che sono perciò considerati ad alto rischio di manifestare anch’essi autismo o un altro disturbo del neuro-sviluppo.

Nello studio che abbiamo da poco pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Scientific Reports, per la prima volta si dimostra non solo la presenza di campanelli d’allarme osservabili prima della diagnosi, ma addirittura che questi sono identificabili fin dalla nascita.

Grazie alla collaborazione con il Network Italiano per il riconoscimento precoce dei Disturbi dello spettro Autistico (NIDA-Network), abbiamo studiato se le predisposizioni a prestare attenzione a stimoli visivi sociali (come per esempio delle immagini di volti) piuttosto che non-sociali (come per esempio dei volti mostrati capovolti) siano osservabili in neonati di 6-10 giorni di vita ad alto rischio per ASD.

Perché studiare proprio le predisposizioni per gli stimoli visivi sociali?

Perché sappiamo che i neonati a sviluppo tipico preferiscono (guardano di più e più a lungo) fin dalle prime ore di vita gli stimoli biologicamente e socialmente più salienti che si trovano nel loro ambiente di vita, come i volti e lo sguardo umani, e il movimento che contraddistingue gli esseri viventi, cioè il movimento di tipo biologico. E sappiamo anche che tali preferenze alla nascita sono guidate e controllate da un meccanismo

stimoli visivi

sottocorticale specializzato di orientamento dell’attenzione. Questo meccanismo fornisce l’input visivo rilevante per un adeguato sviluppo a livello corticale dei meccanismi per elaborare gli stimoli sociali (ad esempio, per distinguere un individuo da un altro) e contribuisce alla progressiva specializzazione di quello che viene chiamato “cervello sociale”, un network di aree corticali specificatamente dedicate alla percezione ed elaborazione degli stimoli sociali, che risulta essere compromesso negli individui con ASD.

Precocissime alterazioni, dovute a fattori congeniti, nel funzionamento del meccanismo sottocorticale che alla nascita dirige l’attenzione sugli stimoli sociali potrebbero interferire in modo importante con la tipica progressiva specializzazione del network corticale. Ciò avrebbe come conseguenza un effetto a cascata che sfocerebbe nelle difficoltà sociali che si osservano durante lo sviluppo negli individui con ASD.

Utilizzando un laboratorio mobile che ci permette di condurre le nostre osservazioni a domicilio, abbiamo misurato l’attenzione visiva verso stimoli sociali e non-sociali in neonati ad alto rischio per ASD confrontandola con quella di neonati a basso rischio in quattro diversi test di preferenza visiva. Nei test due stimoli visivi venivano presentati in simultanea al neonato e si procedeva a registrare il suo comportamento visivo di fronte ad essi, ovvero la durata e il numero di fissazioni dello sguardo.

cervelloI risultati hanno rivelato che le preferenze visive differivano grandemente tra neonati ad alto e basso rischio per ASD. In particolare, mentre i neonati a basso rischio mostravano una preferenza visiva per gli stimoli sociali, tale preferenza non emergeva nei neonati ad alto rischio, anzi, questi ultimi tendevano a osservare di più e più a lungo gli stimoli non-sociali.

Questi risultati sono sorprendenti perché dimostrano, per la prima volta, che alcune anomalie nel prestare attenzione agli stimoli sociali, le cui manifestazioni osservabili più tardi nello sviluppo saranno difficoltà di attenzione congiunta e atipicità nella comunicazione intenzionale veicolata dallo sguardo altrui, sono presenti già alla nascita.

Oltre a fornire un contributo alla comprensione della possibile origine dei disturbi dello spettro autistico, i nostri risultati potrebbero rappresentare un primo passo verso lo sviluppo di un protocollo di screening precoce per rilevare anomalie dell’attenzione visiva sociale alla nascita, promuovendo così programmi di diagnosi e intervento precoce di autismo.

Scarica il PDF dello studio originale pubblicato su Scientific Reports

Elisa Di Gielisa di giorgioorgio, PhD, nasce a Udine il 22 marzo 1982. Si laurea in Psicologia dello Sviluppo presso l’Università di Padova nel 2006, e nella stessa Università nel 2011 consegue il titolo di Dottore di Ricerca in Psicologia dello Sviluppo sotto la supervisione della Prof. ssa Francesca Simion. Nel 2011 vince il Premio “Gabriele di Stefano”, indetto dall’Associazione Italiana di Psicologia (AIP) per la miglior tesi di dottorato nell’ambito dello sviluppo cognitivo. I suoi interessi di ricerca riguardano lo sviluppo cognitivo alla nascita e nei primi mesi di vita sia in popolazioni tipiche sia atipiche. In particolare, si è interessata a come neonati e bambini di pochi mesi percepiscono ed elaborano gli stimoli sociali come i volti, lo sguardo, il movimento biologico e l’animacy. Si occupa inoltre di studiare, sia a livello comportamentale sia neurale, le origini del cervello sociale in neonati a sviluppo tipico e in neonati ad alto rischio per l’autismo. Da sempre interessata non solo della ricerca scientifica ma anche della clinica, nel 2015 si specializza come neuropsicologa presso l’A.n.svi, Accademia di Neuropsicologia dello Sviluppo in “Psicodiagnostica e pianificazione degli interventi riabilitativi e psicoterapeutici”. E’ attualmente assegnista di ricerca presso il CIMeC di Rovereto sotto la supervisione del Prof. Giorgio Vallortigara.

 

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