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Luca teppautistico e pazzo per James Taylor

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Le ossessioni dei nostri ragazzi sono tali che ci fanno odiare anche quello che prima non ci dispiaceva. Prendi Luca con la musica, per esempio: sono ormai nove, dieci anni che ascolta incessantemente le canzoni di James Taylor. Fortunatamente per noi, la discografia è vasta, per cui negli anni l’ossessione è passata da un disco all’altro con una seppur impercettibile varietà nelle canzoni. Ultimamente ascolta quasi esclusivamente Shed a Little Light, una canzone che ai tempi mi era anche piaciuta su Martin Luther King e il bisogno di amore e solidarietà nel mondo.

James Taylor ogni anno per il 4 di luglio si esibisce a Tanglewood, che è un bellissimo parco enorme a una mezz’oretta dalla nostra casa di campagna. Al concerto vanno soprattutto persone sovrappeso, esclusivamente bianche e di età compresa tra i sessanta e i settantacinque anni. Sono quelli che si mettono i i sandali con i calzini bianchi a metà polpaccio, per dire. Vengono a migliaia da tutti gli Stati limitrofi, con le loro sedie pieghevoli, il loro tavolino da picnic, i loro panini enormi e la loro birra. Qualcuno, ancora attaccato ai vecchi tempi hippie, porta una coperta che odora di patchouli e di canne su ci sedersi sul prato.

Poi, quasi ogni anno, ci siamo noi: io e Dan, che trasciniamo anche noi delle sedie pieghevoli, Sofia (16 anni) che alza gli occhi al cielo ogni tre secondi dicendo: “L’anno prossimo non ci torno”, Emma (9 anni) che invece è felice di fare qualcosa di diverso e Luca (19 anni), spaesato e apprensivo per via della confusione e della marea di gente. Come se non bastasse, gli anni passati ha anche piovuto, rendendo l’esperienza ancora più penosa. Cerchiamo un posto sul prato, ci organizziamo alla meno peggio con le sedie, e aspettiamo, cercando di tenere Luca occupato tra l’iPad e le canzoncine per bambini piccoli che gli cantiamo per farlo stare tranquillo.

Poi però, quando James Taylor si presenta sul palco, che è lontanissimo da noi Screen Shot 2016-06-28 at 7.04.43 PMma che viene proiettato su uno schermo gigante, e intona le prime note di una canzone qualsiasi, Luca scatta in piedi, ci guarda stupito come se avesse visto san Giuseppe rokkettaro, si gira verso di noi e urla: ”JAMES TAYLOR!!!” prima di iniziare la sua danza, che consiste nel saltellare in cerchio, calpestando tutte le coperte dei vicini e buttando a terra le loro birre schifose. È per quel momento che ci andiamo: per quello sguardo ogni volta più sorpreso. Per quella felicità che sprizza come una lattina scecherata sul prato, sui tavolini, sulle note e sulla chitarra di uncle James, come ormai lo chiamiamo noi. Tutti quegli accordi ascoltati da anni e anni arrivano decisi, forti e avvolgono Luca come una coperta protettiva. Pare che le canzoni siano cantate solo per lui, il mio mister Shmoo ossessivo e strano.

Quest’anno abbiamo cominciato a prepare Luca all’evento un po’ prima: “Luca, lunedì andiamo al concerto di James Taylor!”, gli diciamo con un finto entusiasmo. Lui, questa volta insiste a dire: “No! No!”. Ogni volta che nominiamo il concerto si copre le orecchie, cerca di scappare dalla stanza urlando NO!

Luca, in passato, non ha mai dato un’opinione su nulla, è sempre stato trascinato passivamente non solo al concerto, ma a tutti gli eventi a cui partecipiamo: feste da amici, passeggiate in montagna, viaggi e altro. Non gli abbiamo, in realtà, mai chiesto cosa ne pensasse lui, anche perché le sue risposte sono sempre strane e estemporanee.

I dialoghi con Luca spesso vanno così:

Io: “Luca, how was school?”

Luca: “More what?”, oppure: “I love mummy”, oppure: “Plug it in!”, oppure: “Go away!”.

Questa volta è diverso. Questa volta dice chiaramente di non voler andare al concerto. L’altro giorno, quando eravamo in macchina, ho osato chiedergli perché non volesse andare, sapendo che le domande che richiedono risposte più complesse di un sì o un no sono praticamente impossibili per lui. Ma questa volta ha risposto: “Little people”, ma sembrava dicesse “Lot of people”. Little People è il titolo di una sigla di un cartone animato che guardava da piccolo. “Little people, Little people!”, insisteva con aria spaventata. E poi ha anche aggiunto una parola che suonava come ‘I’m scared’ (ho paura). Quindi adesso, quando gli richiediamo se vuole andare al concerto dice quasi sempre una frase intera: “No! Little people! I’m scared”.

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La cosa strepitosa è che per la prima volta in vita sua ci dice di non voler fare una cosa, ma non solo: giustifica la sua decisione. La cosa invece difficile per noi è capire se davvero non vuole andarci, visto che ogni volta che siamo lì impazzisce di gioia. Dicevo a mio marito che forse è troppo stimolante, anche se lo stimolo è di piacere: mi viene in mente il recente video del ragazzino al concerto di Coldplay, che piangeva. Sembrava gioia, ma molti di noi genitori di ragazzi autistici abbiamo immediatamente pensato che fossero lacrime di troppa emozione, di disagio, e che se fossimo stati lì con lui, lo avremmo forse riportato a casa, nella sua camera in cui si sente protetto.

Forse Luca ama ascoltare James Taylor come fa lui: andando avanti e indietro con il mouse per ascoltare solo qualche nota di una versione della canzone che gli piace. Forse invece non gli piacciono i sandali con i calzini.

Mi sa che questa volta Sofia l’avrà vinta e venderemo i biglietti a qualcuno del Vermont.

 

 

MARINA VIOLA


Leggi Pensieri e Parole, il mio blog:
http://pensierieparola.blogspot.com
Marina Viola porta il quaranta di scarpe. Vive a Boston e ci fa il diario di quella che pensiamo essere l’ altra parte della luna. Che significa per noi autistici vivere negli Stati Uniti? Potete farle anche domande….

Le precedenti corrispondenze di Marina Viola da Boston

  • Questa è la sua storia: dal 1991, da quando cioé ha deciso di vivere con il suo fidanzato Dan. La loro prima casa era nel New Jersey, dove ha preso una minilaurea in grafica pubblicitaria. Ha tre figli: Luca, che ha quasi diciannove anni, ha una forma abbastanza drammatica di autismo e una forma strana di sindrome di Down; Sofia, che ha sedici anni ed è più bella di Liz Taylor, è un genio del computer e prende sempre cinque meno meno in matematica; Emma, che di anni ne ha solo otto, ma che riempie un silos con la sua personalità. Marina Viola odia le uova perché puzzano, ma per un maron glacé venderebbe senza alcun senso di colpa tutti e tre i figli. Ha una laurea in Sociologia presso Brooklyn College, l’università statale della città di New York. Da qualche anno tiene unblog in cui le piace raccontare alcuni momenti della sua vita. Ha scritto settimanalmente sul sito della Smemoranda (smemoranda.it) dell’America vista però in modo sarcastico e ironico.

A giugno del 2013 è uscito il suo primo libro, “Mio Padre è stato anche Beppe Viola”, edito da Feltrinelli. Nel suo secondo, “Storia del Mio Bambino Perfetto” (Rizzoli, 2014) racconta di Luca e dell’autismo.

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