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Dal Belgio una riflessione sulla "reale" inclusione scolastica

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Dal prossimo settembre a Ixelles, cittadina vicino Bruxelles famosa per aver dato i natali a Audrey Hepburn, verrà attivata una scuola speciale per bambini con disturbi dello spettro autistico. Questa struttura, che promuove corsi di formazione continua per insegnanti della scuola materna e di quella primaria, andrà a coprire la carenza in termini di accoglienza degli alunni con bisogni educativi speciali.

Le liste di attesa per poter inserire un bambino autistico in una scuola belga sono talmente lunghe che ai dirigenti è sembrata un’ottima idea creare un punto di raccordo che possa lavorare con le diverse scuole.

Già immagino le alzate di sopracciglio degli strenui sostenitori dell’inclusione scolastica tout court, bellissima e democratica esperienza se le scuole italiane da nord a sud, isole comprese, applicassero realmente ciò che sbandierano con tanto orgoglio. La cantilena è sempre la stessa: mancanza di fondi, pochi insegnanti di sostegno, altrettanto esigui assistenti educativi e, soprattutto, poca preparazione di base, l’abc per poter stabilire un rapporto comunicativo efficace, che è specifico per ogni persona.

Questo vuol dire che coloro che sono preposti all’educazione e all’insegnamento dei bambini autistici devono essere in grado di scegliere l’approccio più idoneo: Aba o Teacch perché al momento sono gli unici riconosciuti dall’ISS.

In Belgio preferiscono non perdere altro tempo e, invece di lasciar vagare un bambino autistico per i corridoi o in palestra con al seguito un insegnante frustrato, hanno scelto di creare un punto di raccordo e successivo smistamento.

Quello che voglio mettere in discussione, non è tanto l’inclusione, ma l’intero sistema scolastico che non è a misura di bambino, a prescindere dalla disabilità. È impensabile l’attenzione per cinque ore, come è contrario alla natura lo stare fermi seduti per tanto tempo. La programmazione dovrebbe essere divisa in laboratori, impiegando stanze diverse, opportunamente attrezzate. In questa maniera sarebbe molto più naturale l’inclusione dell’alunno autistico perché assocerebbe subito l’attività con l’ambiente. Questo accorgimento permetterebbe l’apprendimento di due entità difficili da comprendere: il tempo e lo spazio. L’uscita dalla stanza sancirebbe il termine dell’attività e l’eventuale passaggio a quella successiva.

L’attività di laboratorio è poi sempre vista in maniera più libera e gioiosa dagli studenti perché si associa all’idea di una maggiore libertà e creatività e questo sarebbe un facilitatore dell’inclusione. I bambini con disabilità mentale hanno bisogno di maggiori stimoli per evitare di chiudersi in stereotipie e il passaggio da un’attività all’altra, magari per mano ad uno dei compagni, rappresenterebbe un atto educativo importante, più di tanti metodi.

Gabriella La Rovere

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