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Olaf diventa autistico

olaf


È di qualche giorno fa la notizia di Giulio, un ragazzo autistico di Livorno che non è stato invitato a partecipare alla gita scolastica ed è quindi rimasto a scuola. La sua denuncia, passata sul web con un semplice ma pungente #iosonoGiulio, che racchiude in questi anni di violenza mondiale un segnale di solidarietà e supporto, è subito diventata virale. Ho letto, nella potenza del gesto di Giulio, anche un supporto importante ai molti ragazzi autistici che non sanno invece parlare o scrivere rimangono a scuola nel silenzio e nell’indifferenza. Ho letto anche una carenza, ormai nota, di insegnanti di supporto all’altezza di portare persone con disabilità alle gite, a dirla tutta. Spero che Giulio abbia sensibilizzato davvero il mondo non autistico e che aiuti anche chi, come mio figlio, non ha la capacità intellettuale di denuncia.

Bisogna però, per dovere di cronaca, anche commentare e condividere notizie invece meno raccapriccianti su come i ragazzi come i nostri vengono trattati nelle scuole. Non sono notizie molto comuni o da prima pagina, ma ne ho trovata una l’altro giorno, spulciando il web, che mi ha in qualche modo rasserenato.

È la storia di Jagger Lavely, tredicenne autistico americano. Frequenta, come mio figlio, una scuola privata che si occupa soltanto di studenti autistici. Eppure ha saputo che nella scuola pubblica di zona, quella che non ha i servizi che servono a lui, c’era un concorso di canto, e ha deciso di partecipare. Nessuno studente della scuola media locale conosceva Jagger, che si è presentato vestito da Olaf, il simpatico pupazzo di neve del film Frozen, è salito sul palco e ha cominciato a cantare “Let It Go” davanti a un pubblico di ragazzini.

Se la notizia si fermasse qui, sarebbe già una bella storia: un ragazzino autistico che partecipa a un concorso di canto in una scuola non sua è già di per sé un chiaro segnale che l’autismo, o forse, per ora, soltanto la parola autismo, comincia ad trovare nel suo percorso di accettazione più porte aperte rispetto a qualche anno fa. Ma la notizia è un’altra.

Jagger, forse preso dall’emozione, a metà canzone si è bloccato perché si è dimenticato le parole. Il pubblico (ripeto, di ragazzini che non lo conoscevano) comincia a cantare a squarciagola il resto della canzone, per aiutarlo. Jagger riprende, e l’applauso finale raggiunge apici che neanche Sanremo.



Ecco. Una piccola storia di provincia, nient’altro. Però profondamente significativa. Ovviamente il telegiornale intervista la mamma commossa, mostra immagini di Jagger che dà un cinque a un ragazzino. Insomma, sembra tutto da copione.

Io però, come la mamma di Jagger, mi sono commossa, non solo perché questi piccoli atti di solidarietà scaldano il cuore, ma perché forse, dopo tanti sforzi, tante parole scritte e parlate, tante discussioni, siamo riusciti, noi che di mestiere cerchiamo di ‘normalizzare’ l’autismo e farlo entrare nel mondo come un aspetto antico e perenne dell’umanità, a fare qualche passettino in avanti. Ho sentito come una pacca sulla spalla di tutti noi genitori, come se qualcuno ci dicesse: “Bravi! Andate avanti così!”

E sì, è pure scesa la lacrimuccia.

MARINA VIOLA


Leggi Pensieri e Parole, il mio blog:
http://pensierieparola.blogspot.com
Marina Viola porta il quaranta di scarpe. Vive a Boston e ci fa il diario di quella che pensiamo essere l’ altra parte della luna. Che significa per noi autistici vivere negli Stati Uniti? Potete farle anche domande….

Le precedenti corrispondenze di Marina Viola da Boston

  • Questa è la sua storia: dal 1991, da quando cioé ha deciso di vivere con il suo fidanzato Dan. La loro prima casa era nel New Jersey, dove ha preso una minilaurea in grafica pubblicitaria. Ha tre figli: Luca, che ha quasi diciannove anni, ha una forma abbastanza drammatica di autismo e una forma strana di sindrome di Down; Sofia, che ha sedici anni ed è più bella di Liz Taylor, è un genio del computer e prende sempre cinque meno meno in matematica; Emma, che di anni ne ha solo otto, ma che riempie un silos con la sua personalità. Marina Viola odia le uova perché puzzano, ma per un maron glacé venderebbe senza alcun senso di colpa tutti e tre i figli. Ha una laurea in Sociologia presso Brooklyn College, l’università statale della città di New York. Da qualche anno tiene unblog in cui le piace raccontare alcuni momenti della sua vita. Ha scritto settimanalmente sul sito della Smemoranda (smemoranda.it) dell’America vista però in modo sarcastico e ironico.

A giugno del 2013 è uscito il suo primo libro, “Mio Padre è stato anche Beppe Viola”, edito da Feltrinelli. Nel suo secondo, “Storia del Mio Bambino Perfetto” (Rizzoli, 2014) racconta di Luca e dell’autismo.

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