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Gli autistici devono essere asessuati come angeli?

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By Alexander Yakovlev


Abbiamo sollevato in alcuni nostri pezzi recenti il dibattito sulla sessualità e l’ autismo. Tema scabrosissimo che mai nessun genitore se la sente di affrontare nei dibattiti pubblici. Invece siamo sicuri che occorra parlarne e parlarne estendendo la riflessione a tutti gli autistici, compresi quelli a così detto “basso funzionamento” che non esprimeranno mai i loro bisogni in maniera articolata e cosciente e quindi vanno interpretati o  addirittura immaginati.

Non è detto che esista una soluzione pratica e soprattutto “facile”, soprattutto ogni domanda deve essere personalizzata sulla persona su cui la famiglia si pone il problema. I temi sono vari e articolati: si va dai primi segnali che un ragazzo, o una ragazza, comincia a toccarsi, nel libro Una notte ho sognato che parlavi” dedicai due capitoli alla sessualità adolescenziale di mio figlio Tommy, furono quelli che maggiormente mi furono contestati dagli altri genitori durante le presentazioni. Ebbi l’ ardire di accennare al fenomeno delle madri “amanuensi” e si aprirono per me le porte dell’inferno.

Oggi Tommy è cresciuto, apparentemente è “tranquillo”, ma lo sarà sempre? Come ci dovremo comportare in futuro? Sarà rischioso fargli assaggiare il “frutto proibito?” (le volontarie al “sacrificio”non si contano…) E dopo? Chi ci assicura che per lui non diventi una dipendenza? Come si insegna che non è una cosa che si può fare sempre e con tutti? Meglio lasciarlo nella beata inconsapevolezza? O no?

Insomma queste sono le domande, ancora non abbiamo trovato qualcuno che con un approccio scientifico sia in grado di dare delle risposte. Figuriamoci che il problema già sarà trovare uno psichiatra che abbia studiato per seguire con consapevolezza gli autistici adulti…Tommy aspetterà, ma intanto un’ altra educatrice ci scrive e ci porta la sua esperienza, che è di disperato vuoto…(GN)

Altri hanno esperienze diverse? Scriveteci: redazione@pernoiautistici.com


Pezzi precedenti: 


Lettera di un’ educatrice

Da poco mi sono laureata in Psicologia a Torino. Da quasi tre anni lavoro come educatrice domiciliare al Centro per l’Autismo Enrico Micheli di Novara.  Vi scrivo in merito all’articolo che ha pubblicato dal titolo “la sessualità degli autistici non degli angeli “. Trattare questo tema non è complesso solo per il genitore, ma lo è anche per noi operatori. Le spiego meglio.

Nella mia tesi di laurea ho cercato di rispondere a questa domanda: cosa ne pensa l’operatore che lavora con i ragazzotti/e autistici / che della loro sessualità? Pensavo di ricavarne risposte abbastanza ovvie: imbarazzo, difficoltà emotive etc. Etc. Si anche questo. Ma sopratutto il disagio dell’operatore “medio” emergeva dal non saperne abbastanza. L’operatore non sa esattamente cos’è la sessualità della persona autistica, nè tanto meno sa come intervenire quando il ragazzo esprime la sua sessualità.

Diciamo che fa molto affidamento al “Buon senso”. Al buon senso? Ma sarà mai possibile che un operatore formato, laureato con master e quant’altro non sappia e non conosca approfonditamente la sessualità dell’autistico? È già, è proprio così. “Sui banchi di scuola” non te la insegnano. Ci sono corsi di formazione a riguardo, si, pochi e molto generali. E anzi spesso si parla della sessualità della persona autistica ad alto funzionamento. Ah già dimenticavo: quello a basso funzionamento è assessuato!

Ma quello che mi fa più arrabbiare è che dalla ricerca emerge che, sempre l’operatore medio, vorrebbe avere conoscenze, vorrebbe avere gli strumenti e vorrebbe sapere cosa fare e come farlo. Ma ahimè, non sa dove cercare e tanto meno dove trovarli. Ecco, anche per noi operatori é difficile parlare della sessualità nell’autismo. Ma solo semplicemente perché non abbiamo abbastanza conoscenze. Lei si immagini cosa potremmo andare a raccontare al genitore “medio” in allarme per il suo figlio/figlia autistico/a che si tocca. Io posso attingere a tutto il mio bagaglio di conoscenze psicologiche per accoglierlo al meglio…ma non posso pensare di affidarmi “alla mia sessualita” per parlarne in modo più specifico al genitore. Perché al genitore che gli racconti la storia dell’ape e del fiore non gliene può fregar de meno. Lui vuole sapere che-cosa-fare. E io operatore formato etc etc….che gli dico??

Che rompicapo queste due parole vicine: sessualità – autismo!!!!

Maria Vittoria Fornara

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