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Chi può consigliare le famiglie sul sesso per i teppautistici (e le teppautistiche) ?

francesca-ripaldi

Ci scrive Chiara, educatrice professionale e lancia una sfida sul tema più ostico da discutere in tema di neurodiversità: il sesso teppautstico! E’ chiaro che i nostri ragazzi e ragazze adulti avranno pensieri, istinti, esigenze, curiosità che riguardino la sfera sessuale. Voi come vi regolate? Nessuno ne parla, tutti fanno finta che il problema non esista. La neuropsichiatria non ci viene certo incontro, a chi possiamo mai domandare? Al tempo che Tommy era un ragazzino dedicai due capitoli del mio primo libro alla sua scoperta della sessualità (allora era un problema che poteva sbrigarsi da solo, è bastato dare qualche indicazione tecnica). Ora però è cresciuto, spesso lo vedo divertito e curioso quando qualche mia amica (sempre over 40 e rotti naturalmente) scherza con lui o lo abbraccia. Sempre più spesso mi sento dire “guarda che tuo figlio mi sta pomiciando…” E che dobbiamo fare? Ora è maggiorenne, ma  pensare alla sua sessualità non è certo così facile come si possa pensare. Ammesso che  per lui ci sia possibile trovare una volontaria che si offra per la possibilità “tecnica” di un’ iniziazione sessuale, ma è giusto? E’ corretto? E chi ci dice che poi una volta assaggiato il “frutto proibito” non voglia poi cercarlo con qualunque donna incroci? Non è davvero semplice, ma non si può fare finta di nulla…(GN) 

Sono un’educatrice professionale ed ho letto ora l’articolo intitolato “E se la teppaustica chiede alla mamma un fidanzato?”. Oltre a sottoscrivere pienamente quanto letto, vorrei aggiungere queste considerazioni, derivate dalla mia esperienza sul campo (educativa territoriale in favore di persone portatrici di handicap): molto spesso i ragazzi e gli uomini che seguo (e devo dire in misura minore anche le ragazze e le donne) arrivano a un certo punto a chiedermi di supplire personalmente ai loro bisogni sessuali o di avere una relazione affettiva diversa da quelle presenti nel nucleo famigliare.

La questione etica che mi pongo tutte le volte non è tanto sul come gestire quelle richieste specifiche in maniera delicata ma anche chiara, quanto sul come potrei fare per soddisfare (ovviamente non in prima persona) in maniera adeguata tali pulsioni e desideri legittimi, di modo che in futuro queste persone possano comunque sperimentare anche quel tipo di esperienze. E’ chiaro che questa riflessione mi ha sempre portato ad immaginare degli scenari che a loro volta portano a molti dubbi, sia etici che di gestione: per ora in Italia è pura utopia, ma ad esempio all’estero esistono delle figure professionali specifiche che potrebbero supplire almeno al lato puramente sessuale di questi bisogni. In mancanza di esse l’alternativa per ora sarebbe scivolare inevitabilmente nell’illegalità, e soprattutto in una gestione sicuramente difficoltosa della cosa a numerosi livelli…

Con chi posso parlo serenamente di autoerotismo, cercando (senza esempi pratici!) di far sì che almeno quell’esperienza possano farla in maniera socialmente adeguata (ad esempio non in pubblico, soprattutto quando andiamo in piscina d’estate) e senza sensi di colpa. Tuttavia non è possibile parlarne con tutti, vuoi per discrezione o i valori della persona che ho davanti (e soprattutto della famiglia), vuoi per i limiti che lo specifico handicap di una persona gli impone.

Per me, come professionista, quello della sessualità ed affettività delle persone con cui lavoro è uno dei temi che mi dà più da riflettere. Di una cosa sono però certa: non voglio evitare questa riflessione e  confronto riducendomi a vedere i miei utenti come bambinoni senza pulsioni nè desideri. Lo fanno già troppe persone, ed è davvero umiliante.

Voi cosa ne pensate?

Chiara Moretti

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