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Ancora un'analisi dello spot Rai sull'autismo

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Siamo un aggregatore di senso sull’autismo, lo abbiamo scritto e detto più volte. Ripubblichiamo per questa ragione l’analisi puntuale e condivisibile allo spot Rai sulle bolle fatta da Nicola Pasqualato, presidente dell’ associazione Lotta all’ autismo Onlus di Treviso. Noi ne abbiamo parlato ampiamente qui e in molti pezzi precedenti.

Osceno e violento contro le mamme il nuovo spot della RAI sull’autismo.

pubblicato 04 mar 2016, 11:01 da Nicola Pasqualato   [ aggiornato in data 05 mar 2016, 01:43 ]

Il nuovo spot sulla “consapevolezza” all’autismo proposto dalla RAI è già pronto per la campagna del prossimo 2 aprile. Demolirà gli stigmi? Migliorerà la sensibilità all’autismo? Farà la giusta informazione sulla condizione? Combatterà gli stereotipi?
Proviamo ad analizzare il significato di ogni singola inquadratura per capirne il senso, la narrazione logica (il montaggio analogico) per capire l’effetto che sortisce sullo spettatore.A fianco ad ogni immagine, proposta nella sequenza originale, provvederemo a descrivere ciò che si vede e, contestualmente al significato primario, proveremo ad esplicare l’analisi del significato realmente trasferito allo spettatore.
Secondo il montaggio analogico, infatti, il significato reale di un filmato non è tanto rappresentato dalle immagini che si susseguono, bensì dalla “terza immagine” che si costruisce nella mente dello spettatore.
Trascureremo la colonna sonora che, come si può facilmente comprendere ha un puro (e già fuorviante di per sé) significato evocativo, emozionale, accostabile ai significati di mistero, magia, esplorazione ed emozione.


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1.La prima inquadratura mostra un ambiente grigio dove una mano prende una matita colorata.

Secondo gli autori l’autismo è paragonabile ad un pianeta grigio, monotono, dove solo una cosa è colorata. Una mano raccoglie la matita colorata perché la vede diversa e quindi interessante. La connotazione è chiaramente la monotonia.

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2.La seconda inquadratura mostra che la mano è quella di un bambino (autistico) seduto.

Ora scopriamo che si tratta di un bambino (l’autistico secondo gli autori) che non trova stimolante alcunché di ciò che lo circonda. Egli trova tutto monotono, uguale, grigio. Tuttavia viene attirato da un unico oggetto (in quanto colorato) che trova diverso da tutto il resto.

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3.La terza immagine (campo lungo) mostra il bambino seduto su un piccolo pianeta avvolto da una bolla.

A questo punto si svela la situazione. Siamo di fronte ad un bambino autistico descritto secondo lo stereotipo più diffuso.

Vi sono gli elementi del bambino solo, annoiato e rinchiuso in una bolla che lo isola dall’universo intero. Il disegno animato è chiaramente ispirato alla clip francese “Mon petit frère de la lune”. I disegni ed il clichè, in questo senso, non lasciano dubbi. Nel filmato RAI si aggiungono il senso della solitudine e l’isolamento che sarebbero provati dal bambino che, secondo il significato trasmesso, viene “costretto alla noia” proprio per effetto di questa situazione di isolamento. Il concetto di pianeta rappresenta chiaramente l’enorme distanza che intercorre fra il mondo reale (la terra ove siede invece la madre-che apparirà dopo) ed il suo “piccolo” mondo, mentre la bolla trasferisce il peggiore degli stigmi che questo spot possa trasmette allo spettatore.  Il concetto di bolla trasferisce infatti lo sciagurato significato che l’autismo sia costituito da un elemento esterno alla persona e non già pervasivo ed intrinseco alla persona stessa.

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4.La quarta inquadratura mostra il particolare di una  mano che arriva a toccare la bolla dall’esterno.

Anzitutto si nota chiaramente che il bambino soffre. Anche questo costituisce uno stigma grave legato al fatto che fa erroneamente pensare che il soggetto autistico sia assolutamente convinto di essere vittima di una “reclusione” ingiusta e punitiva che non comprende ma che subisce rattristandosi.

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5.La quinta inquadratura mostra che la mano, appena appoggiata e ritratta dalla bolla, è quella della (sua) mamma.

Ecco dunque un altro grave stigma. L’autismo ridotto ad una questione personale fra mamma e bambino. La mamma seduta sul pianeta (terra) cerca di entrare in contatto con il suo figlio seduto sul pianetino (luna) nonostante ci sia un ostacolo, esterno ed indipendente da tutti, costituito appunto dalla bolla (autismo). Siamo qui di fronte nuovamente al fatto che l’autismo, secondo gli autori,  sia costituito da un elemento estraneo al bambino. Sciaguratamente si continua a rappresentare il bambino autistico tutto sommato un bambino normale che, però, si trova rinchiuso un una gabbia, una prigione che in quanto tale gli impedisce di comunicare. Secondo lo stereotipo, largamente confermato anche da questo sciagurato spot, il bambino autistico è un bambino assolutamente privo di problemi che tuttavia rimane vittima di una barriera esterna alla sua persona. A questo bambino  si conferisce la consapevolezza dell’assoluta reclusione ed addirittura la disperazione per la situazione patita. Qui vengono ancora evocati Bruno Bettelheim e la sua sciagurata teoria della “Fortezza vuota” (ora sostituita invece dalla bolla sul pianeta). Si evoca ancora la teoria psicodinamica della “mamma frigorifero” che attribuiva la causa e la responsabilità dell’autismo alla madre, che avendo rifiutato il proprio figlio appena partorito se ne distanziava abbandonandolo sentimentalmente e costringendolo in una conseguente chiusura consapevole e volontaria.

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6.Nella stessa quinta inquadratura l’azione mostra la mamma ritrarre la mano evidentemente rattristata.

La mamma dunque, dopo aver tentato di mettersi in contatto con il suo figlio si rattrista perché non sa cosa può fare per riconquistare le attenzioni perse e l’amore del piccolo.

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7.Nella sesta inquadratura si vede il bambino rannicchiato a terra seduto sul suo piccolo pianeta.

Il contatto generico della mamma non cambia la situazione autistica. Ella, quando ha “bussato” non ha infuso amore, per ciò il contatto non si è stabilito. Secondo la narrazione visiva occorre trovare quale altro tipo di relazione sia necessario per trovare per stabilire la giusta linea di comunicazione

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8.Nella settima inquadratura si vede il particolare della mano mentre disegna qualcosa, con una matita dello stesso colore di quella che aveva preso inizialmente il bambino.

Evidentemente, dopo aver riflettuto, la mamma prende una matita colorata dello stesso colore di quella che aveva preso il bambino nella prima inquadratura, e comincia a disegnare un simbolo. Sembra stabilirsi dunque un contatto. L’universo è grigio, mamma e bambino soffrono semplicemente di un problema di incomunicabilità ma ecco che un elemento nuovo e specifico forse si accomuna. All’inizio della clip avevamo già visto il bambino impugnare inutilmente il pastello fucsia ma non sapeva che farsene.

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9.Nell’ottava inquadratura si vede il bambino “destato” (non è chiaro se dal rumore del pastello sulla bolla), che si volta verso la mamma.

Impera la sciagurata interpretazione psicodinamica, il bambino finalmente si volta, per il fatto che qualcosa ha intaccato la sua noia e lo ha destato dal suo interesse.

 

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10.Nella nona inquadratura si vede il cuore colorato disegnato dalla mamma sulla superficie della bolla.

Qui si svela il teorema nefasto. La sciagura che affligge le famiglie con autismo piomba pesantemente in scena con l’accusa perenne di scarso amore da parte della madre. Prende nuovamente vita la bestia psicodinamica che da decenni si scaglia contro la mamma distante (sulla terra) che inizia ad mare il proprio figlio. Un altro grave stigma è costituito dal fatto che il bambino si desta e comincia a comunicare con la mamma (metafora della guarigione) solo attraverso l’amore, come se invece non fossero necessarie importanti, intensive e continuative terapie cognitivo comportamentali per raggiungere un qualsiasi obiettivo. Secondo gli autori non è così poiché decidono chiaramente di trasferire, a punto della clip, l’idea sbagliata che basti l’amore per curare e guarire dall’autismo. Ci chiediamo se possa esserci messaggio più sbagliato di questo. Gli autori scivolano improvvidamente “sulla buccia di banana” dello stereotipo. Avrebbero dovuto combatterlo ed invece lo rinforzano. La mamma, che fino ad allora evidentemente aveva cercato esclusivamente contatti aridi, freddi e privi di sentimento autentico, realizza che deve metterci l’amore. Anche secondo gli autori di questo spot, la madre del bambino autistico non adotta l’amore nei confronti del proprio figlio e non considera l’amore come prima opzione.

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11.Nella decima inquadratura si vede che la mamma termina di disegnare il cuore dall’esterno mentre il bambino fa il cenno di “disegnare” lo stesso cuore dall’interno.

Il trionfo della psicodinamica Freudiana applicata all’autismo si celebra definitivamente. Il teorema sciagurato afferma  che i due non comunicavano semplicemente a causa della mancanza dell’amore da parte della madre. Il bambino è un bambino che cerca la madre ma ne rimane separato da qualcosa di estraneo che non si può eliminare. Il bambino autistico dunque  si apre e comunica in maniera funzionale e comprensibile grazie all’amore che la madre ha deciso di immettere nella relazione di comunicazione. Come se ciò non bastasse, a stigma si aggiunge stigma e, in un delirio freudiano, gli autori si abbandonano alla logica dell’amore come elemento utile a distruggere le sbarre dell’autismo e liberare il bambino imprigionato in una gabbia che viene distrutta. Ecco i quesiti. Perchè ancora una volta si descrivono mamme prive di amore nei confronti dei loro figli? Perché è solo l’amore a permettere la rottura dell’isolamento? Ma soprattutto, perché si considera l’autismo semplicemente un isolamento di un bambino normale dal mondo esterno?

vlcsnap-2016-03-03-18h12m01s412.png12. Nella penultima inquadratura si vedono mamma e bambino seduti sul pianeta (del bambino) dentro alla bolla.

La mamma, tramite l’amore che fino ad allora aveva ignorato, crea un passaggio per entrare nel mondo del bambino e sedervisi al fianco per contemplare il nulla… iniziando evidentemente ad annoiarsi lei stessa. Tutto è dunque ridotto ad una questione di vicinanza, di compagnia. Un altro eterno e profondamente diseducativo stigma è quello costituito dal continuare a sostenere la falsa idea che i soggetti autistici siano persone neuro-tipiche semplicemente nell’impossibilità a comunicare. Dotate dunque della comprensione piena del linguaggio, come la frode della Comunicazione Facilitata continua a perpetrare, ma impossibilitati ad entrare in relazione se non in possesso di una tastiera di un pc.

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13. Nell’ultima inquadratura si vedono dissolversi le persone ed il pianeta rimane deserto.

Dove saranno finiti i nostri eroi? Non se ne sa nulla. Sono andati in cielo? Sono finiti sulla terra? L’universo è divenuto tutto colorato? Non è dato a sapere. Cosa resta? Resta un trionfo di stereotipi condensati in 43 secondi, costati chissà quanto, che continueranno sciaguratamente a propagare i già nefasti stigmi che l’autismo patisce in questo paese da decenni.

Cos’altro c’è da capire?  Questo spot non farà altro che confermare e rafforzare tutti i peggiori stigmi, nessuno escluso, che affliggono l’autismo e che gravano sulla nostra comunità delle famiglie con autismo aumentando la colpevolizzazione nei confronti delle madri, rafforzando il mito che vuole i soggetti autistici semplicemente impossibilitati a comunicare (magari solo muti), ma assolutamente pronti a farlo non appena gli si rompe la “bolla” che li rinchiude, sostenendo inoltre che l’unico modo per far guarire questi soggetti è decidere di amarli. Questo spot sarà destinato a fare il giro delle televisioni e della rete ed a ricevere molti encomi, premi e complimenti, non i nostri.

E’ evidente che la RAI ha perso un’altra occasione per parlare correttamente di autismo. Ma si tratta proprio di un’occasione persa oppure di una precisa volontà? In altre parole, la RAI, cerca realmente di guardare in faccia la realtà della condizione autistica e delle famiglie che la vivono oppure no? C’era davvero la volontà di fare la corretta informazione?

Da quanto è emerso qualche giorno addietro sembrerebbe di no. Pochi giorni fa  infatti, si scatenò una polemica in seguito alla richiesta formale, rivolta ad una  associazione di genitori con figli autistici, da parte della RAI, di cercare “una storia di autismo a lieto fine”, che l’azienda del servizio radio televisivo pubblico avrebbe dovuto proporre nei programmi televisivi in occasione del 2 aprile, giornata mondiale sull’autismo. Secondo la richiesta del servizio radiotelevisivo statale nazionale, lo scopo era quello di raccontare la parte positiva dell’autismo. Ciò scatenò la reazione giustamente indignata della nostra comunità che da decenni attende di essere correttamente rappresentata.

Infatti, poiché le storie di successo sono estremamente rare (se non addirittura assenti), perché ostinarsi a cercarle? Perché cercare una storia di successo anziché raccontare, molto più semplicemente, centinaia di migliaia di storie comuni di scarso successo? Semplice, perché la scelta era proprio quella di non rappresentare la maggioranza delle storie normali. In altre parole se l’indicazione data era quella di raccontare il successo è perché non si è voluto raccontare la realtà. Questo spot è riuscito in pieno a non raccontare la realtà e nemmeno a demolire gli stigmi.

 Il video continua ad alimentare, con buona pace di noi famiglie con autismo, gli stereotipi fuorvianti sull’autismo. Non si meraviglino dunque se l’Italia è arretrata di 30/40 anni sulla consapevolezza sull’autismo rispetto ai più evoluti paesi europei. Non si meraviglino se le associazioni si rivolgono a consulenti ed esperti stranieri per la corretta informazione e formazione sull’autismo, e non si meraviglino se i pochi esperti nazionali siano costretti ad emigrare all’estero per ottenere la giusta considerazione.  Questo spot è una nuova tegola in testa alle famiglie già stremate. Non si meraviglino se nascono le piccole associazioni che portano in Italia gli esperti internazionali per tentare di dare risposte concrete alle esigenze dei propri figli, costrette come sono a lottare a mani nude ed in assenza totale del sostegno dello stato italiano per costruire in assoluta solitudine un progetto di vita per i propri figli.

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